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martedì 30 marzo 2010

Federico Ielli (di Walter Scandaluzzi)




Siamo col Dottor Federico Ielli, ittiologo e noto al pubblico piscatorio per i suoi svariati articoli scientifici e di spinning su una nota rivista di pesca e per un volume sulla trota marmorata. Nato negli anni “50 e quindi non un novellino di certo…

Aggiunge Ielli , non per narcisismo, ma secondo scienza e coscienza: Autore di un numero consistente di Pubblicazioni Scientifiche, soprattutto sui salmonidi



Il lavoro di un ittiologo in cosa consiste?

Beh, diciamo che comprende tante mansioni, più o meno specifiche. Si passa dalla consulenza privata ad Enti o Associazioni che lavorano nel settore della pesca e dell’acquacoltura (Piani di semina, disinfezioni nei laghetti di pesca sportiva, acquisto di materiali, contatto coi fornitori, ecc.,) a consulenze pubbliche nei confronti di Province e/o Regioni. In tal caso i lavori sono molto più onerosi e stimolanti, spaziando dai Piani Ittici alle Carte Ittiche (provinciali o regionali), comprendendo spesso anche perizie di danno ittico e analisi di V.I.A. per la realizzazione di centraline idroelettriche e manufatti.





I lavori di cui è più orgoglioso quali sono stati?

Senz’altro la mia prima Carta Ittica, quella della Regione Piemonte, pubblicata nel 1991. Io lavorai negli anni precedenti per la provincia di Alessandria e quello fu il mio primo incarico di rilevo. Un lavoro pesante ma di soddisfazione, anche perché erano tempi pioneristici e ci si arrangiava molto con l’iniziativa personale e con la buona volontà, vivendo un po’ da nomadi, alla giornata. Ne seguirono parecchie altre. Poi citerei la realizzazione e la conduzione, per diversi anni, dell’incubatoio di valle di Minozzo in provincia di Reggio Emilia, per la produzione di novellame di trota fario di ceppo mediterraneo da ripopolamento. Tale impianto, attivo dall’inverno 1997/1998, produce attualmente ca. 150.000 uova fecondate all’anno dalla fecondazione artificiale di riproduttori selezionati. Ah, dimenticavo le splendide esperienze con le Associazioni trentine per la tutela e la riproduzione controllata della trota marmorata.








E’ una professione che si sente di consigliare, anche sotto il punto di vista economico, ai giovani? (Caso strano ho una figlia che ha appena finito il terzo anno di scienze naturali )

Diciamo che come tutte le professioni necessita di un po’ di “gavetta”, di tanta passione e di spirito di sacrificio, ma anche di fortuna, nel senso che dipende molto da con chi si ha a che fare, quindi anche dalle conoscenze. Dopo la Laurea (che può essere in Scienze Biologiche, Naturali o in Veterinaria) le strade sono due: o si tenta la carriera universitaria (difficile, se non si hanno appoggi qualificati), oppure si sceglie la libera professione, iniziando però a farsi conoscere già in ambito universitario. Il che significa che qualsiasi attività inerente la materia ittiologica deve essere accettata, anche per pochi soldi agli inizi. Per fare un esempio, se venisse proposta da un Cattedratico una collaborazione, anche minima, per una Carta Ittica o un Piano Ittico o ancora per attività di campionamento sui corsi d’acqua, magari con successiva pubblicazione dei risultati, sarà sempre consigliabile accettare. Una volta fatte le ossa si potrà ambire a qualcosa di meglio, anche sotto l’aspetto economico. Chiaramente, oltre al Curriculum, conterà ancora una volta la fortuna. C’è da considerare che la concorrenza è oggi molto più forte che un tempo, anche perché molti colleghi sono riuniti in Società di Consulenza Ambientale ed Ittiologica in grado di inserirsi rapidamente nei vari Bandi Pubblici e/o Gare di Appalto.


Quali sono le condizioni migliori per la riproduzione di una marmorata? E per una fario selvatica? Di contro quali elementi possono fare si’ che la riproduzione vada a male?

Si tratta di specie differenti, anche se ancora in contatto genetico, per cui sono differenti le condizioni ecologiche e l’ambito temporale della riproduzione. La trota marmorata è il salmonide caratteristico del fondo valle dei corsi d’acqua alpini, con forti portate e ben definita granulometria dei fondali. La frega è anticipata rispetto a quella della trota fario, avvenendo di norma nel mese di novembre e potendosi estendere anche a buona parte di dicembre, quando le portate sono in magra. La riproduzione avviene a valle delle pools, ovvero nella parte terminale delle buche, dove l’acqua rallenta e si abbassa di livello, pur essendo ben ossigenata, su un letto di ciottoli e ghiaia, dove la trota scava un nido di grandi dimensioni. La riproduzione può essere vanificata da diversi fattori, quali una piena improvvisa in periodo invernale, evento piuttosto raro ma non impossibile, dovuta ad un repentino scioglimento delle nevi in quota per aumento delle temperature e forti piogge. Anche la momentanea apertura/chiusura di una diga, con forti sbalzi di livello a valle, o lo svaso di un bacino artificiale non controllato possono determinare la mortalità pressoché totale delle uova già deposte. La trota fario, per contro, è il salmonide tipico dei corsi d’acqua con caratteristiche torrentizie, sia dell’Appennino che dell’Arco Alpino. Le popolazioni naturali si riproducono in quota, verso le sorgenti, che tendono a raggiungere, se non vi sono impedimenti di sorta quali dighe, briglie ecc. La frega è più tardiva rispetto a quella della trota marmorata, essendo localizzata, per le popolazioni dell’Appennino Nord occidentale, nei mesi di dicembre e di gennaio. Quanto detto si riferisce alle popolazioni indigene di ceppo mediterraneo, mentre quelle introdotte, di ceppo atlantico, possono avere un range riproduttivo assai più esteso e fregare anche nel fondo valle. Questo è una delle cause di introgressione genetica con la trota marmorata nei punti di contatto. Per quanto riguarda le turbative, beh diciamo che le captazioni ad uso idroelettrico/potabile già alle sorgenti e l’asportazione di materiale litoide, indispensabile per la realizzazione dei nidi di frega, nonché la presenza/costruzione di nuovi sbarramenti, che deprimono la risalita, sono alla base dell’insuccesso riproduttivo.






Secondo un suo collega la lacustre deriva solo dalla marmorata mentre conoscenti che riproducono la lacustre del lago maggiore mi dicono che le giovani lacustri hanno livree da fario. Come è sta storia?

La maggior parte degli ittiologi è concorde nel ritenere che la trota “lacustre” non esista come buona specie, ma semplicemente come ecotipo di adattamento della trota marmorata o della trota fario all’ecosistema lacustre. E’ probabile che per alcuni grandi bacini del Nord, come il Lago Maggiore ed il Lago di Como, i cui immissari/emissari ospitano o ospitavano popolazioni di trota marmorata, le catture di grosse trote “lacustri” siano da attribuire a questa specie. In altri casi, come per il Lago di Garda, i cui immissari/emissari non ospitavano probabilmente in origine la trota marmorata, le catture di trote “lacustri” siano invece ascrivibili alla specie trota fario. Naturalmente occorrono studi aggiornati su queste popolazioni per giungere ad una sentenza definitiva, anche di carattere genetico. Tuttavia un grave problema aggiuntivo deriva dal fatto che le pratiche ittiogeniche hanno completamente stravolto le popolazioni originarie, cosicché nei laghi è finito di tutto, in particolare trote fario di ceppo atlantico e pseudo “lacustri” acquistate oltre confine, con conseguenti fenomeni d’ibridazione delle popolazioni indigene ed ulteriore confusione tassonomica.


Mettendo ad ipotesi che la riproduzione artificiale di una una iridea che raggiunga i 6-9 cm costi x quanto costa in % quella di una fario e di una marmorata della stessa taglia?

La trota iridea costa poco, così pure una trotella fario di ceppo atlantico. Una trotella fario di 4-6 cm di ceppo mediterraneo geneticamente “certificata” può costare attorno ai 20 centesimi di Euro, molto dipende dal quantitativo di vendita. Se si passa alla taglia superiore (6-9 cm) il prezzo può salire sino a 30-40 centesimi di Euro. Una trotella marmorata della stessa taglia anche 50 e passa centesimi di Euro. Anche in tal caso molto dipende dal quantitativo di vendita e dalla certificazione genetica. Sul mercato si trovano parecchi ibridi.


La domanda è stata fatta per far capire ai lettori perché si immettono molte meno trote mormorate e trote fario mediterranee certificate delle altre.



Non crede che il piano ittico e le semine di ogni singola provincia debba essere esclusivo affare di uno o di uno staff di ittiologi?


Si, decisamente, non ho alcun dubbio in merito. Non per nulla esiste la nostra Associazione (A.I.I.A.D.) che raggruppa i professionisti del settore e li raccomanda alle varie Amministrazioni Pubbliche per l’esecuzione degli interventi specifici. Purtroppo, e ne ho esperienza diretta, accade che la politica locale abbia ancora una rilevanza notevole nelle scelte di gestione, più o meno influenzate da lobbies che coinvolgono le stesse Associazioni di pescatori e i fornitori. Le gare d’appalto per le forniture ittiche vengono spesso vinte dagli stessi fornitori che, in alcuni casi, sono anche quelli che indirizzano e condizionano i Piani Ittici e di semina. Bisognerebbe fare un po’ di pulizia e di chiarezza in questo campo.


I gestori del sito sono dello stesso parere e aggiungono che molte volte le associazioni di pescatori guardano solo al carniere e non alla qualità dello stesso e non si capisce (o si capisce…..) perché nelle consulte vi siano figure come gli allevatori ittici o i gstori dei cosidetti laghetti a pagamento.


Sulla questione alloctoni e in special modo sul Siluro quale è la sua idea visto che molte amministrazioni lo sopprimono ed obbligano al non rilascio?


La mia Regione (Emilia-Romagna) è una tra quelle che ha legiferato in materia, vietando la reimissione delle specie alloctone. Tale provvedimento vale soprattutto nel caso del siluro:

Mediante Deliberazione della Giunta Regionale n. 1574 del 3/7/1996, stabilisce ben precise regolamentazioni per il contenimento della presenza del siluro. Tra queste, oltre al divieto di reimmissione, ne viene incentivato lo smaltimento (distruzione, commercializzazione), previo momentaneo stoccaggio (insieme a carassio e carassio dorato) in bacini di stabulazione appositamente realizzati dalle Province in collaborazione con le Associazioni piscatorie.

Dal punto di vista pratico il sistema non è di facile realizzazione, soprattutto per il singolo pescatore. Viceversa ritengo che interventi mirati nei confronti di questa specie ittiofaga, che di danno ne fa e molto, anche se non è l’unico responsabile, debbano essere intrapresi con metodiche alternative, che hanno già fornito risultanti incoraggianti. Tra queste, la cattura selettiva dei riproduttori in occasione di svasi (totali o parziali) dei corpi idrici per lavori di manutenzione a “botti sifone”, paratoie, sbarramenti, ecc., mediante reti. Interventi di questo tipo sono già stati effettuati nella mia provincia in alcuni canali di bonifica, con risultati incoraggianti. Gli esemplari catturati sono stati venduti oltralpe e con il ricavato si è acquistato materiale ittico di pregio per il ripopolamento delle acque. Negli anni successivi all’asportazione dei grossi riproduttori dai canali la presenza del siluro si è notevolmente ridimensionata e sono ricomparse alcune specie ittiche minori, tra le quali l’alborella ed il pesce gatto. Naturalmente è impensabile un’eradicazione totale della specie, anche perché tutti gli anni entrano nei canali nuovi esemplari con l’acqua derivata dal Po. Tuttavia interventi più ravvicinati nel tempo permetterebbero di tenere controllata la popolazione.





Quali alloctoni ritiene siano i più pericolosi per gli autoctoni e quali i meno pericolosi?

Mah, qui c’è da scatenare un vespaio. Tutti gli alloctoni sono potenzialmente pericolosi, in quanto tutti, più o meno, tendono ad occupare una nicchia lasciata vacante da una specie indigena meno resistente o, addirittura non più presente. E’ il caso di Barbus barbus nei confronti di Barbus plebejus nel Po o del lucioperca nei confronti del persico reale nello stesso areale. E’ chiaro che nel primo caso, quello del barbo europeo, sarebbe pericolosissimo che popolazioni di questa specie entrassero in contatto genetico con quelle residuali di barbo italico ancora presenti negli affluenti appenninici e alpini. Ma c’è di più: che dire di tutte quelle specie di ciprinidi come i vari abramidi, rutilo (gardon) e aspio che si stanno piano piano sostituendo agli indigeni tinca, triotto e cavedano? E poi ci sono i predatori, siluro in testa, che mangiano pesce e tanto, Ormai è assodata una cosa. I nostri ecosistemi fluviali non sono fatti per ospitare questa grande specie dell’Est, non lo sono mai stati. Una volta nel Po c’era lo storione, ora scomparso, a parte il piccolo cobice (Acipenser naccarii) che viene allevato. Ma lo storione, mi riferisco allo storione comune (Acipenser sturio) e al grande ladano (Huso huso), era si un grande pesce che però si nutriva soprattutto di crostacei e di molluschi e solo occasionalmente di pesci. Il siluro, invece, oltre a cibarsi quasi esclusivamente di pesce, a partire da certe taglie corporee, ha colonizzato ormai non solo il Grande Fiume ed il primo tratto degli affluenti, ma anche tanti ecosistemi minori, come bozzi, lanche, canali di bonifica, fontanili, laghi e laghetti: tutti ambienti elettivi per la riproduzione delle specie indigene di pianura, con effetti nefasti sulle giovani leve (tinca, luccio), già in difficoltà a causa del degrado dell’ambiente. Mi sembra che tale situazione sia innegabile, anche da parte dei sostenitori ad oltranza del siluro.




Il cavedano si ibrida?

Si, il cavedano (Leuciscus cephalus) si ibrida con altri ciprinidi. In particolare sono abbastanza frequenti le ibridazioni con altri Leuciscini come il vairone e la rovella, che danno luogo a soggetti intermedi, attribuiti da alcuni Autori a buona specie (cfr. Leuciscus lucumonis o cavedano dell’Ombrone). Ibridazioni potrebbero manifestarsi anche con specie aliene appartenenti allo stesso genere del cavedano (Leuciscus.).






Quali sono i limiti termici (inferiore e superiore) e di ossigenazione di pescegatto, bass e cavedano?

Tralascerei questa domanda, in quanto richiede la consultazione specifica di bibliografia specifica per non fornire dati approssimativi. Comunque:
Pesce gatto (Ictalurus melas): 0-35 °C; ottimale 4 ppm, mai inferiore a 2 ppm.


Sappiamo che il carassio si ibrida colla carpa ma quali sono altri pericolosi incroci con i nuovi arrivati?

Ho già risposto prima. Sono frequenti e probabili gli incroci tra Barbus barbus e Barbus plebejus, forse attualmente quelli maggiormente a rischio, poi tutti quelli che coinvolgono nuove specie introdotte che appartengono allo stesso genere di quelle indigene. Potrebbe essere il caso del naso o savetta dell’Isonzo (Chondrostoma nasus) nei confronti dell’autoctona savetta (Chondrostoma soetta) o del rutilo o gardon (Rutilus ruilus) nei confronti dell’autoctono pigo (Rutilus pigus) e del triotto (Rutilus erithrophtalmus).







Grazie molte da parte mia, di Damiano e di tutti i lettori per la sua gentilezza Dottor ielli. Se ci incontreremo una bevuta le è assicurata…Non basta, almeno anche un panino……..

Al Dottor Ielli proponiamo:

Pseudorarbore con qualche Alborella fritte ed Agoni sotto aceto (rigorosamente del Lago Maggiore visto che il DDT gli dà più gusto )
Risotto al persico reale
Linguine alla Bottarga di Luccio
Filetti di Gardon impannati
Tranci di siluro del Sesia alla griglia
Anguilla in umido

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