12.15.2015

Arificiali Rapture ditta Trabucco

Uno, due, tre, ……Rapture !
Articolo e fotografie di Marco Altamura

Troppo spesso noi lanciatori, o almeno la maggioranza dei neofiti che praticano questa splendida disciplina, riponiamo le nostre speranze di successo nelle “magiche” proprietà dell’ultima canna o nell’ultimo modello di artificiale lanciato sul mercato dalla tal Azienda americana o dalla tal altra giapponese, dimenticando l’aspetto più importante per conseguire buoni risultati che è quello di osservare ciò che accade in natura e cercare di imitarlo con un approccio discreto ed il nostro “senso dell’acqua”. Capisco che risulta più facile e comodo incolpare l’inadeguatezza dell’attrezzatura adoperata così da farne l’unico capro espiatorio di tutti i nostri insuccessi, ma quasi sempre questo atteggiamento ci si ripercuote contro. Cercherò di spiegarmi meglio: se vado a pesca con un amico che cattura con continuità, in ogni condizione ambientale, in ecosistemi differenti e con artificiali diversi, dovrei giocoforza pormi alcune domande sul “perché” questo avviene; ciò che nessun negozio è in grado di venderci e nessun produttore di artificiali può fornirci è tutto quel bagaglio di esperienza di inestimabile valore maturata in riva ad un fiume piuttosto che sulle tranquille acque di un lago.
Questo, a mio parere, è il primo imprescindibile concetto da fare proprio e solo allora si potrà dare il giusto peso agli aspetti tecnici e alle attrezzature che il mercato ci mette a disposizione e che ci aiutano in modo considerevole ad essere più efficaci in pesca. Dopo oltre 45 anni di spinning in acque italiane e straniere insidiando tutti i predatori  e “rincorrendo” nelle terre del nord i più esotici salmoni sia dell’Atlantico che del Pacifico, posso tuttavia tranquillamente affermare che la giusta attrezzatura e la cura dei particolari possono migliorare e rendere ancora più piacevole e proficua la pratica della nostra disciplina preferita e farci fare quel salto di qualità che differisce un discreto pescatore da un vero campione, unitamente ad una buona dose di umiltà e disponibilità al cambiamento. E’ più che lecito ambire ad avere tra le mani una canna di qualità, un mulinello affidabile e degli artificiali catturanti, ma dovremo stare attenti e non farci attrarre da suadenti sirene esterofile  scevre da contenuti reali e riporre nelle attrezzature un’importanza eccessiva così da giustificarne i buoni o i cattivi risultati. Da sempre cerco, come testimonial di varie Aziende del settore pesca, di promuovere materiali dal know-how italiano, caratterizzati da quel misto di genialità, design ed efficienza che solo un prodotto nostrano è in grado di offrire. Fedele a questo credo che ho fatto mio, da qualche mese ho iniziato una collaborazione con l’Azienda Trabucco Fishing titolare del marchio “Rapture” e, facendo parte del “Rapture Pro Team”,ho avuto modo di testare alcuni materiali che la Casa di Bianconese produce per i lanciatori di tutto il mondo.
Come referente del settore ”trota” ho avuto tutto l’inverno a disposizione per apprezzare la canne da spinning della serie “Inova” riscontrandone le altissime performances nello spinning alla trota Lacustre, disciplina molto impegnativa anche per i mulinelli ( nella fattispecie la serie SX-1 ), conseguendo buone catture abbinate ad un grande piacere nell’uso di queste attrezzature. Con l’approssimarsi della bella stagione però, mi sono ripromesso di andare alla ricerca di qualche esemplare “impegnativo” che mettesse a dura prova i materiali e ne testasse l’affidabilità. Niente di meglio quindi di insidiare lucci e lucioperca a spinning e a jigging sul “mio” amato Lago  che in primavera è in grado di regalare catture veramente notevoli; l’idea è quella di usare come canna a due sezioni la “Intruder 802 MH” da mt 2.40 con range di potenza 15/40 grammi ed un line rating che va da 8 a 22 Lbs, attrezzo appositamente pensato per le applicazioni più gravose, talvolta portate ai limiti con la cattura di pesci di grande mole. Detto fatto, mi ritrovo nei pressi di un imbarcadero a me molto familiare che non mi ha mai tradito regalandomi lucioperca e lucci spesso sopra i 5 kg di peso con tra le  mani la citata canna alla quale ho abbinato il mulinello SX-1 4000 MD caricato con il trecciato Dyna Tex Spin X4 di colore verde nello spessore mm 0.16 al quale ho connesso uno spezzone di circa un metro e mezzo di fluorocarbon T Force XPS di spessore mm 0.28.
Il lago si presenta calmo e la giornata nuvolosa favorisce l’attività predatoria dei pesci che, dopo il lungo inverno, cercano qualcosa di sostanzioso da mettere sotto i denti; decido di iniziare con un crank per ispezionare a dovere il salto di profondità dove di solito si cela in agguato l’esocide, pronto ad uno scatto bruciante per impadronirsi di qualche ignaro pescetto. I lanci si succedono in sequenza fino a quando, in prossimità dei pali di attracco dei battelli, decido di richiamare l’artificiale facendogli sfiorare i pali stessi ed imprimendo lievi jerkate con il cimino atte a far spanciare il crank; quando questo ha quasi terminato la sua corsa ed inizio a scorgerlo riaffiorare dalle profondità, vedo anche dietro ad esso l’inconfondibile sagoma del luccio che a fauci spalancate si avventa sul povero Fargo e lo inghiotte con veemenza. Ferro prontamente e la Intruder deve sfoggiare tutte le sue qualità per contrastare le possenti fughe verso il fondo del pesce; nel mentre allento di poco la frizione del mulinello e cerco di tenere il pesce lontano dagli ostacoli che lo spot presenta. Fortunatamente il palettone dell’artificiale fuoriesce di qualche centimetro dalla bocca del luccio impedendo ai denti affilati di recidere il monofilo (non ho usato di proposito il cavetto in acciaio per non compromettere la corretta azione del crank).
Tramite uno scivolo in cemento raggiungo il livello dell’acqua e trascino su una piccola spiaggia la mia cattura; si tratta di un luccio alloctono, un Northern Pike, dal peso stimato intorno ai 3 kg che prima di arrendersi ha dato sfoggio a tutto il suo repertorio di funambolismi per riacquistare la libertà. Subito mi appresto a scattare qualche foto per immortalare il momento e, dopo averlo liberato dalla tenace presa delle ancore VMC, lo riossigeno e lo rilascio nel suo ambiente naturale. La giornata è iniziata bene e dopo circa un’ora di ulteriori lanci  effettuati con il Fargo decido di cambiare tecnica per cercare l’attacco di qualche grosso lucioperca; passo dallo spinning al jigging constatando la polivalenza della Intruder ( e la comodità di non dover cambiare canna ! ), e connetto al terminale in fluorocarbon un silicone da 3.4 inch (8.5 cm); si tratta di un Power Shad di colore “Smoke” che innesco su una Power Round Jigheads da 10 gr con amo n° 4/0. Lo spot presenta un fondale regolare costituito da sassi di media granulometria e qualche ostacolo rappresentato dai plinti in cemento dei pontili sui quali i perca amano sostare per dominare il territorio da una posizione sopraelevata. In passato qui ho realizzato diverse catture interessanti di pesci anche sopra i 6 kg di peso e pertanto l’attenzione e la concentrazione nell’ispezionare il fondale è massima. Il perca, anche quello di grossa taglia, si caratterizza per effettuare attacchi molto discreti e subdoli e quindi, per non andare incontro a spiacevoli sorprese, è buona norma al minimo accenno di trazione innaturale ferrare in maniera pronta e decisa avendo l’accortezza di allentare immediatamente la frizione nel caso si tratti di un grosso esemplare. Nel frattempo è uscito un sole brillante che rischiarando l’acqua non facilita certo l’azione di pesca ; questo predatore infatti ha principalmente un’attività crepuscolare o addirittura notturna e pertanto non ama la luce diretta del sole che lo rende apatico e poco attivo durante le giornate luminose.
La porzione di lago frequentata solitamente dai grossi lucioperca non da alcun risultato così decido di attendere che il sole scompaia dietro la montagna e porti lo spot in ombra; cambio il terminale che nel frattempo ha subito alcune piccole abrasioni dovute al contatto con gli ostacoli del fondo e ne connetto uno spezzone nuovo tramite un nodo doppio Albright. Ora sono pronto per riprendere la pesca e, finalmente, verso le ore 18 l’intero spot non è più illuminato dall’accecante luce solare. I primi lanci effettuati in diagonale mirano ad ispezionare il salto di profondità tanto amato dal predatore tigrato: la sensibilità della Intruder unita all’assenza di elasticità del combo trecciato-fluorocarbon mi permettono di “sentire” perfettamente i movimenti sul fondo del Power Shad che assolve egregiamente il suo compito tanto che, dopo uno dei tanti passaggi nella zona “calda”, percepisco in canna il tipico attacco del perca al quale faccio seguire una robusta ferrata che permette all’amo della jighead di penetrare nella coriacea bocca del pesce. Subito capisco che si tratta di un pesce di mole e, tramite la regolazione micrometrica della frizione dell’SX-1, gli concedo filo stando però attento a non farlo avvicinare ai pali di attracco; non si stacca dal fondo ed imprime possenti testate che non fanno altro che sottolineare la bontà dell’attrezzatura usata. Torno a regolare la frizione per non fargli guadagnare troppo filo e, dopo un paio di ripartenze da cardiopalma, lo vedo venire verso la superficie mostrandosi in tutta la sua maestosità. Distinguo nettamente il Power Shad saldamente posizionato sul lato destro della mascella e ciò mi tranquillizza abbastanza sul pericolo sempre presente di sgradite slamature.
Ora il problema è rappresentato dal salpaggio, visto che la mia posizione è sopraelevata rispetto al livello dell’acqua; sempre con il pesce in canna scavalco una ringhiera che delimita una terrazza di uno dei tanti ristoranti rivieraschi e non senza difficoltà guadagno la riva scoscesa in manufatto. Dopo alcuni minuti di pausa durante i quali il grosso pesce ha ripreso le forze, ora si scatena con sciacquii in superficie che mi fanno temere per la tenuta del terminale; fortunatamente riesco ad arginarne la forza e quando si porge su un lato capisco che il combattimento volge al termine. In precario equilibrio dovuto alla pendenza accentuata dello scivolo in cemento, lo trascino verso di me e con un movimento rapido e preciso infilo la mia mano sinistra nella porzione opercolare del pesce: questa presa infatti mi garantisce sicurezza nel salpaggio e, al contempo, non danneggia le branchie, organi vitali del perca. Con la mano sinistra impegnata nella presa opercolare e la destra che tiene la canna e contemporaneamente sorregge la pancia del pesce, ne ammiro tutta la bellezza; nel frattempo un gruppo di turisti ha assistito incuriosito e sorpreso a tutte le fasi del combattimento e subito ne approfitto per dare la mia fotocamera ad una coppia di inglesi che, tra il divertito e l’estasiato,  gentilmente mi scattano alcune foto.
Ora che lo tengo tra le mani riesco a stimarne un peso oltre i sei kg, spostando di fatto il limite fino ad allora raggiunto in quello spot. Sono visibilmente soddisfatto e penso di meritarmi una birra che consumo in un bar della zona. Mi rimane circa un’ora di luce e decido di cambiare posto; in soli dieci minuti di auto raggiungo un altro spot conosciuto in zona perché frequentato da lucioperca di buone dimensioni; la caratteristica di questo tratto di sponda è la presenza subacquea di un grosso tubo metallico sotto al quale i perca amano stazionare durante le ore diurne per poi uscire in caccia al crepuscolo.
Non è difficile nelle ore di luce intensa e quando il lago non presenta increspature dovute ai venti periodici, scorgere le sagome dei pesci sul fondo in atteggiamento passivo intenti a “digerire” il cibo che hanno mangiato durante la notte. Ora a causa della luce del crepuscolo questo non risulta agevole e quindi devo affidarmi alla sensibilità della canna per avvertire gli eventuali attacchi del pesce; in particolari giornate caratterizzate da cielo coperto ed assenza di vento, è molto divertente pescare “a vista” e vedere in diretta l’attacco dei perca ai nostri siliconi. Anche qui ho avuto modo di catturare pesci di assoluto rispetto e quindi fiducioso inizio la mia ricerca. Questa volta innesco sulla jighead un Power Shad nella nuova colorazione “Chartreuse ghost”, adatta alle situazioni di scarsa luce o acqua opaca, ed inizio lanciando l’insidia proprio nelle vicinanze del citato tubo. Procedendo verso la riva  a piccoli saltelli sul fondo scorgo molto bene lo shad dal colore brillante che cerca di scatenare l’aggressività dei pesci presenti in zona. Dopo una serie di lanci infruttuosi effettuati seguendo la sagoma dell’ostacolo subacqueo, inizio a pensare che questa volta lo spot di comprovata validità mi ha tradito; arrivato quasi a fine corsa di uno dei tanti lanci, quando ormai l’insidia si trova ad una profondità di una cinquantina di centimetri, vedo uscire da sotto il tubo una sagoma fulminea che afferra con decisione lo shad. Ferro e subito mi ritrovo in canna il pesce che con scuotimenti vigorosi del capo cerca disperatamente di liberarsi dall’inganno. Si tratta di un lucioperca di medie dimensioni, stimato attorno al chilo e mezzo di peso, che però a dispetto delle sua contenuta stazza, combatte energicamente deciso a vendere cara la pelle. Per non creargli eccessivo stress mi affretto a trascinarlo sulla riva e dopo averlo slamato ed avere scattato alcune foto, lo restituisco al suo ambiente.
Pienamente soddisfatto di come si è svolta la giornata, decido di porre fine alla battuta di pesca e raggiungo l’auto per il ritorno a casa. Durante il viaggio ho modo di ripensare ha quanto ho vissuto nelle ore trascorse al lago e provo maggior soddisfazione nel constatare l’efficacia di tutta l’attrezzatura da me usata; la consapevolezza di aver legato il mio nome ad un marchio vincente come “Rapture” mi incentiva e mi sprona a sperimentare situazioni nuove e a spostare sempre più in avanti i miei limiti. Mettere a disposizione di un’Azienda la propria esperienza maturata in anni e ricevere continue conferme sulla validità della scelta attuata è una soddisfazione che non ha prezzo! Ora non mi resta che lanciare nuove sfide affrontando ambienti diversi e problematiche differenti, sempre con la certezza di avere argomenti validi per uscirne vincitore.


Surfcasting (e non solo) vicino al Vesuvio con il signor Frigenti

Questa volta sono col signor Francesco Frigenti nato a Nocera Inferiore (SA )   nel    1978   e residente a San Valentino Torio in Ca...