5.26.2010

FIPSAS o fips

La Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee nasce nel 1942 con il fine dichiarato di promuovere la pesca sportiva dilettantistica.
Nel corso degli anni il campo di azione si è esteso ad altri ambiti. Oggi le attività, agonistiche e a carattere promozionale, nazionale e internazionale, vengono gestite da cinque specifici settori: Acque Interne, Acque Marittime, Attività Subacquee, Nuoto Pinnato e Didattica Subacquea.
Nel 1950 la Federazione conta 1250 federati per 221 società. Da allora inizia un incremento esponenziale: il numero degli iscritti aumenta di sette volte nel quinquennio '50-'55, si raddoppia nel quinquennio successivo, per crescere fino alla punta massima di 638.882 unità nel 1972. Attualmente si vocifera sui 220-240 mila di cui 45-55000 agonisti.

Essa è costituita da Tesserati singoli e Società, Associazioni ed Organismi sportivi affiliati che hanno per fine la pratica della pesca sportiva nelle acque interne e nel mare, del lancio sia tecnico che di potenza effettuato con attrezzi da pesca, delle attività subacquee e delle attività di superficie che prevedono l'uso di pinne o di monopinna, sia in forma agonistica che amatoriale.

L'agonismo subacqueo è andato arricchendosi di altre specialità. Tra queste, in particolare: fotosub, caccia sub, videosub, tiro subacqueo, hockey subacqueo, rugby subacqueo e apnea.


Considerazioni

Tralasciamo se le gare siano pesca vera e disquisizioni di questo genere che tratteremo in altro articolo ma soffermiamoci su altri aspetti di cui alcuni certi ed altri no visto che sembra che l’omertà imperi anche in queste cose e a domandare non si ottengono risposte:



Che cosa abbia in comune la pesca col nuoto pinnato, apnea, RUGBY SUB (già, meglio sottolineatlo, RUGBY SUB... :-) ) ed altre discipline sopra elencate manco Manitù lo sa……Che lo sappia o no il Dio dei pellerossa è poco importante; L’ importante è che le uscite verso una certa disciplina siano eguali alle entrate

La politica FIPSAS è decisa ovviamente dal consiglio federale che è eletto da delegati vari a loro volta eletti ecc ecc.
Ma chi sono i votanti? Il tutto parte dall’ elezione presso i club affiliati del delegato provinciale che mi dicono che è generalmente il presidente della società ma so di casi che non è cosi’…..
Questo consegue che un pescatore normale che paga la FIPSAS solo per pescare (chiamato tesserato singolo) ma non è iscritto a nessun club NON HA NESSUNA VOCE IN CAPITOLO.

Non si trova online nessuno scritto, ma alcuni fà le sezioni provinciali furono “classificate” come Associazioni a sé stanti e con la possibilità di scegliere fra uno statuto senza o con il rappresentante dei “liberi” pescatori. Sembra che solo BG fece la seconda scelta.

http://www.fipsasbg.it/sezione/Statuto%20Approvato.pdf

Ma quello che a me interesserebbe sapere sono i conti; sapere quale % dei miei soldi và alla sezione provinciali e quale alla FIPSAS nazionale e soprattutto come vengono spesi.
Vedremo di indagare anche qua ma.......


Discipline gestite e disciplinate

Pesca

Pesca al tocco;
Pesca alla trota torrente e lago;
Pesca alla carpa;
Pesca con la mosca;
Pesca a spinning dalla riva e da barca;
Pesca con la bilancella;
Lancio tecnico;
Canna da riva;
Canna da natante;
Bolentino;
Surf casting;
Lancio tecnico con peso di mare;
Pesca alla traina costiera;
Pesca alla traina d’altura;
Drifting.
Pesca in apnea





Percorso didattico subacqueo
Percorso didattico allievi ARA

Brevetto Turistico
Brevetto per sommozzatore sportivo di 1° Grado
Brevetto per sommozzatore sportivo di 2° Grado
Brevetto per sommozzatore sportivo di 3° Grado
Specialità ARA [modifica]
Brevetto Biologia Marina
Brevetto Rilevatore Tecnico Scientifico
Brevetto Operatore Ambientale Subacqueo (OAS)
Brevetto Salvamento ed Auto salvamento
Brevetto Orientamento e Navigazione Subacquea
Brevetto d’Immersione Notturna o Scarsa Visibilità
Brevetto d’Immersione sui Relitti o Secche
Brevetto d’Immersione in Corrente, Profonda o nel Blu
Brevetto d’immersione con mute stagne
Brevetto d’Immersione Fuori Curva di sicurezza
Brevetto Fotosub 1° Grado
Brevetto Fotosub 2° Grado
Brevetto VideoSub
Brevetto d’Immersione sotto i Ghiacci e/o in Quota
Brevetto d’Immersione con ARO
Brevetto d’Immersione Nitrox Base
Brevetto d’Immersione Nitrox Avanzato
Brevetto Trimix
Brevetto Operatore di Camera Iperbarica
Brevetto di Operatore di Protezione Civile
Brevetto di OTAS 1° Grado
Brevetto di OTAS 2° Grado
Brevetto di OTAS 3° Grado
Brevetto SpeleoSub (Caverna)
Brevetto SpeleoSub (Grotta)
Brevetto 1° Grado per Diversamente A
Brevetto 2° Grado per Diversamente A
Brevetto 3° Grado per Diversamente A
Brevetto Aiuto Istruttore per Diversamente Abili (normodotato)

Percorso didattico allievi apnea

Brevetto Apnea 1° Grado
Brevetto Apnea 2° Grado
Brevetto Apnea 3° Grado
Brevetto Aiuto Istruttore d’Apnea

Percorso didattico BLS

Brevetto Esecutore BLS
Brevetto Esecutore BLSD (AED)

Percorso didattico Minisub

MiniApnea 1° Grado “Paguro”
MiniApnea 2° Grado “Cavalluccio”
MiniApnea 3° Grado “Delfino”
MiniApnea “Osservatore”
MiniApnea “Salvamento”
MiniAR “1 Stella Marina”
MiniAR “2 Stelle Marine”
MiniAR “3 Stelle Marine”
MiniAR Specializzazione “Jacket”
MiniAR Specializzazione “Barca”

Percorso didattico istruttori AR
Brevetto Istruttore AR 1° Grado
Brevetto Istruttore AR 2° Grado
Brevetto Istruttore AR 3° Grado
Brevetto Istruttore di Biologia Marina e di Acque Interne
Brevetto Istruttore ARO
Brevetto Istruttore Nitrox
Brevetto Istruttore Nitrox Avanzato
Brevetto Istruttore Trimix base
Brevetto Istruttore Fotografia Subacquea 1° Grado
Brevetto Istruttore d’Immersione sotto i Ghiacci ed in Quota
Brevetto Istruttore Operatori di Camera Iperbarica
Brevetto Istruttore Protezione Civile
Brevetto Istruttore OTAS
Brevetto Istruttore Speleologia Subac
Brevetto Istruttore Video Sub
Brevetto Istruttore per Diversamente Abili (normodotato)
Brevetto Istruttore per Diversamente Abili con “Difficoltà Motorie”
Brevetto Istruttore per Diversamente Abili con “Difficoltà Visive”
Brevetto Istruttore Mini Apnea
Brevetto Istruttore Mini ARA

Percorso didattico istruttori apnea

Brevetto Istruttore Apnea

Percorso didattico istruttori BLSD

Istruttore BLSD (FIPSAS/DAN)

Percorso didattico commissario

Brevetto Commissario Federale con specializzazione AR
Brevetto Commissario Federale con specializzazione Apnea
Brevetto Commissario Federale con specializzazione VideoSub
Brevetto Commissario Federale con specializzazione Immersione sotto i Ghiacci ed in Quota
Brevetto Commissario Federale con specializzazione Operatori Camera Iperbarica
Brevetto Commissario Federale con specializzazione Protezione Civile
Brevetto Commissario Federale con specializzazione OTAS
Brevetto Commissario Federale con specializzazione Speleologia
Brevetto Commissario Federale con specializzazione Diversamente Abili

Settore attività subacquea

Pesca in apnea;
Immersione in apnea;
Tiro al bersaglio subacqueo;
Hockey subacqueo;
Rugby subacqueo;
Cacciafotosub;
Fotografia subacquea;
Video subacqueo;
Orientamento subacqueo.

Nuoto pinnato

Nuoto pinnato;
Basket con le pinne (Finswimming basket);
Pallanuoto con le pinne (Finswimming ball).

5.17.2010

Foto subacquee di Moreno Cavalli

Il nostro lettore Moreno Cavalli, appassionato di fotografia subacquea, ci ha inviato tre scatti ad altrettanti bellissimi pesci immortalati nel loro ambiente.
Si tratta di un luccio di un metro per circa 9 kg di peso e di due marmorate; un ibrido di 80 cm attorno ai 5 kg e una "pura" sempre attorno agli 80 cm di lunghezza.
Tutte e tre le foto sono state scattate sul fiume Brenta.

Senza indugiare oltre vi lasciamo alle immagini, ricordando che per poterle visualizzare in formato ingrandito è sufficiente cliccarle.




5.10.2010

Pescare bene vuol dire anche Riqualificare


Qualche anno fa alla cascina Pichetta di Cameri (mio paese natale) ad un convegno del Parco del Ticino sentii per la prima volta parlare un esponente del CIRF, di cui in verità neppure conoscevo l’esistenza, e ne fui favorevolmente impressionato.

Il CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) è un'associazione culturale tecnico-scientifica senza fini di lucro fondata nel luglio 1999 da un gruppo di tecnici di diversa estrazione disciplinare e professionale per lo scopo che ben si deduce dal nome.

Si possono associare varie forme giuridiche come persone singole, associazioni, comuni ecc ecc.

Se contiamo che nemmeno il 10% dei vari corsi d’acqua è ancora allo stato selvaggio e che solo il 37% delle acque è considerato buono ecco che appare evidente che riqualificare i nostri fiumi e torrenti diventi essenziale anche per far vivere bene i pesci.
Il sito è molto esaustivo e completo ed invito i lettori alla visita ma cercherò di fare domande che interessano ai più.


Quali sono le figure professionali che operano nel CIRF?

Le professionalità degli associati CIRF coprono un po' tutti i campi (ingegneri, biologi, naturalisti, funzionari pubblici e liberi professionisti, ricercatori, studenti...) , risulta difficile fare una lista esaustiva; lo stesso si può dire per il gruppo di persone che svolge un ruolo più operativo all’interno dell’associazione (direzione, segreteria tecnica, referenti regionali in primis). Si tratta perlopiù di persone già professionalmente impegnate su tematiche ambientali legate ai corsi d’acqua, accomunate da una grande passione per i fiumi e dal desiderio di confronto, aggiornamento e sviluppo comune delle numerose ed interessanti tematiche collegate a questo tema. E soprattutto si tratta di persone disposte a dedicare tante energie per cercare di ottenere fiumi più in salute!


E’ esatto dire che Voi proponete un compromesso fra l’uomo e la natura che sia accettabile da entrambi?

Sicuramente sì, come del resto emerge dalla definizione stessa di “Riqualificazione Fluviale” che l’Associazione ha elaborato: "l'insieme integrato e sinergico di azioni e tecniche, di tipo anche molto diverso (dal giuridico-amministrativo-finanziario, allo strutturale), volte a portare un corso d'acqua, con il territorio ad esso più strettamente connesso ("sistema fluviale"), in uno stato più naturale possibile, capace di espletare le sue caratteristiche funzioni ecosistemiche (geomorfologiche, fisico-chimiche e biologiche) e dotato di maggior valore ambientale, cercando di soddisfare nel contempo anche gli obiettivi socio-economici".
Come facile intuire uno dei problemi maggiore è fissare i confini di questo “compromesso” che fino ad oggi, come emerge dall’analisi dello stato dei nostri corsi d’acqua, è stato decisamente sbilanciato verso le esigenze umane di immediata rilevanza economica, sacrificando pesantemente gli ecosistemi acquatici. Per fortuna oggi un forte supporto normativo ci viene in aiuto da diverse direttive europee, prima di tutte la “Direttiva Quadro sulle Acque” (2000/60/CE) che impone il raggiungimento di obiettivi di qualità elevati e chiaramente definiti per la maggior parte dei corsi d’acqua ma che, proprio nell’ottica del compromesso, permette anche di “accontentarsi” di condizioni ambientali più scadenti laddove venga dimostrato che sarebbe troppo oneroso ridurre gli impatti legati alle attività antropiche. Questa valutazione, però, richiede un'analisi economica esplicita e di lungo periodo, che valuti gli impatti a scala di bacino su tutti i soggetti interessati (ad esempio spostare o rimuovere un argine o una difesa spondale può danneggiare localmente il proprietario dei terreni, ma creare molti benefici, anche economici, a valle; ridurre i prelievi idrici in un tratto fluviale può danneggiare gli utenti locali, ma va valutato di quanto e in quali scenari, e questo va confrontato con benefici economici e ambientali a valle; e così via...).
Purtroppo in questo ambito, di fondamentale importanza per capire quale sia il compromesso uomo-natura che ci possiamo permettere, è stato fatto ancora troppo poco.


I Vs interventi più importanti quali sono stati?

L’Associazione è di fatto una rete che ha come scopo principale quello di sviluppare, divulgare e diffondere le conoscenze connesse alla riqualificazione fluviale. Per questo da sempre ha agito principalmente a due livelli: da un lato la messa a punto di metodologie e la partecipazione diretta a studi e progetti innovativi e con elevata valenza dimostrativa, dall’altro la divulgazione di esperienze di altri ritenute coerenti e utili al miglioramento dei nostri fiumi. Nel concreto l’attività associativa si traduce quindi nell’organizzazione di corsi, convegni, workshop, nella realizzazione di studi, piani e progetti legati alla riqualificazione dei corsi d'acqua e nella produzione e diffusione di materiale informativo e divulgativo.
Tra le esperienze più significative c'è sicuramente la realizzazione “corale” del libro “La riqualificazione Fluviale in Italia”, dove di fatto chiariamo cosa a nostro avviso si debba intendere per “riqualificazione fluviale” e come si possa realizzare. Un impegno davvero imponente e un momento di crescita e maturazione per le tantissime persone che vi hanno collaborato. Più di recente, l’organizzazione, in collaborazione con l’ECRR (la rete Europea dei Centri di Riqualificazione Fluviale) della “IV Conferenza Internazionale sulla riqualificazione fluviale”, con contributi da tutto il mondo e, nel 2009, l’organizzazione del I° Convegno Italiano sulla Riqualificazione Fluviale con un successo davvero ampio in termini di partecipazione, contenuti e interesse suscitato.
Abbiamo poi realizzato diversi studi e proposte di riqualificazione significativi. Purtroppo quello che oggi ancora manca in Italia, al contrario di altri Paesi, è la realizzazione di un intervento di riqualificazione fluviale a scala ampia, di forte impatto, che possa essere visitato da cittadini, funzionari e decisori politici in modo da toccare con mano cosa significhi migliorare un ecosistema fluviale e spingere a riprodurlo altrove. Il CIRF sta facendo il possibile perché questo si realizzi presto, ma è necessario che tutti i cittadini che hanno a cuore i fiumi (e i pescatori sono sicuramente tra questi) si facciano sentire con forza.




Cosa ne pensate degli interventi che si fanno sui corsi d’ acqua dopo le alluvioni? Io sono rimasto allibito da muraglioni verticali alti 3 metri fatti a quasi 2000 metri in Valle D’ Aosta che deturpano anche il paesaggio oltre ad essere inutili e dannosi.

Anche se ogni caso va analizzato a sé, sul tema degli interventi di artificializzazione dei corsi d’acqua, la posizione da sempre assunta dall’associazione è chiara: se ne fanno troppi e spesso senza un'adeguata valutazione dei costi e dei benefici (sia economici che ambientali) e senza una vera ricerca di soluzioni alternative. Se pure possano risolvere in certe situazioni dei problemi localizzati, nel loro complesso spesso aumentano il rischio trasferendolo generalmente a valle. I numeri parlano chiaro: nonostante un numero imponente di opere di artificializzazione di ogni genere e su qualunque tipologia di corso d’acqua i danni alluvionali sono in costante aumento. La strategia da perseguire è quella di puntare ad una più equilibrata convivenza con i corsi d’acqua, rinunciando ad occupare quasi integralmente le aree di loro pertinenza, restituire spazio ai fiumi per compiere le loro dinamiche, ridurre il numero di interventi di artificializzazione, che hanno costi di realizzazione e di mantenimento enormi e che sono oggi di gran lunga il principale impatto non solo visivo ma soprattutto ecologico per i nostri fiumi. Ma anche qui serve maggiore consapevolezza e pressione sui nostri amministratori da parte dei cittadini, che spesso sono i primi a chiedere “più opere”.



Quali sono le difficoltà che incontra in genere la riqualificazione fluviale rispetto ad altri progetti più invasivi; Il costo dell’opera, la poca conoscenza da parte delle amministrazione o che altro?

Il principale ostacolo è sicuramente di natura culturale; la vecchia logica interventista figlia dell’ingegneria idraulica tradizionale è ancora oggi prevalente: si continuano a considerare i corsi d’acqua come un elemento assolutamente statico da relegare in uno spazio ristretto e fisso e da gestire e sfruttare a nostro piacimento. Si continua a pensare che maggiore artificializzazione significhi necessariamente maggiore sicurezza e si continua ad ignorare che un corso d’acqua che sta meglio fornisce anche più servizi ambientali. Basta la presenza di un po’ di vegetazione in alveo per suscitare nell’opinione pubblica un senso di incuria e una richiesta di “pulizia” del corso d’acqua, nella completa ignoranza del ruolo e dell’importanza di quell’elemento.
Vi è poi un problema di scala spaziale e temporale: i vantaggi di un intervento si vedono spesso a una scala ampia e dopo un tempo che può essere lungo. Spesso la politica vuole risultati visibili e “spendibili” in tempi brevi... Per lasciare più spazio ai fiumi, soprattutto in un paese come il nostro, ad alta densità abitativa e dove scelleratamente si sono privatizzati buona parte dei territori di pertinenza fluviale, ci si trova a dover risolvere conflitti con i singoli proprietari.
In quanto al tema della sostenibilità dei costi, esso costituisce spesso un grande ostacolo, soprattutto in considerazione del fatto che quasi mai vengono condotte valutazioni costi/benefici serie e su scale temporali adeguate. I costi sono comunque paragonabili a quanto spendiamo in opere infrastrutturali...quindi alla fine torniamo al problema culturale, che è quello prevalente.

Nel resto degli stati paragonabili al nostro come si agisce? Ho avuto modo di pescare molte volte in Carinzia e la situazione mi è sembrata nettamente migliore….

Difficile trovare un paese paragonabile all'Italia oggi, da molti punti di vista... Battute a parte, sebbene nessuno abbia stravolto da un giorno all'altro il modo di gestire i fiumi, in molti altri Paesi (europei e non) c'è molta più consapevolezza dei problemi e dei possibili vantaggi di cambiare approccio, sia da parte dei cittadini che degli amministratori pubblici, e il rispetto delle direttive europee è stato più puntuale. In Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna, per citarne alcuni, da più di un decennio si realizzano interventi di rinaturazione. Lo slogan “diamo più spazio ai fiumi” ha portato a significativi progetti pilota in molti paesi soprattutto del Centro Europa. Ma anche in Spagna, paese più culturalmente vicino al nostro e che ha corsi d'acqua estremamente impattati, negli ultimi anni si sta facendo molto più che in Italia.


Depuratori o parecchie volte bisognerebbe chiamarli “Sterilizzatori”? E funzionano?

I depuratori convenzionali generalmente funzionano se sono alimentati da carichi costanti e se sono soggetti ad adeguata manutenzione. In quest’ottica la politica recente in tema di depurazione ha previsto la dismissione dei piccoli depuratori (difficili da manutentore e con elevati costi di gestione), ed il collettamento e trattamento degli scarichi in grandi depuratori centralizzati. Questo, in molti casi, ha contribuito paradossalmente a peggiorare ulteriormente la qualità delle acque dei nostri corsi d’acqua. L’immissione di grossi scarichi, se pure trattati, in tratti fluviali con portate ridotte rispetto all’entità dello scarico ha infatti degli impatti devastanti sul corso d’acqua e molto superiori a quelli che deriverebbero dall’immissione più distribuita di scarichi di dimensioni più compatibili con quelle del corso d’acqua. Non va infatti dimenticato che rimanendo all’interno di certe soglie i corsi d’acqua hanno ampio margine di recupero della qualità delle acque grazie ai processi biochimici che avvengono al loro interno.
Il tema della qualità delle acque va però di pari passo con quello della quantità: è evidente che gli effetti degli inquinanti che immettiamo nei corsi d’acqua vengono ampliati dalla fortissima riduzione delle portate dei fiumi a seguito dei prelievi ad uso antropico, che hanno raggiunto livelli assolutamente insostenibili.
Solo considerando questi due aspetti è possibile provare a comprendere come sia possibile che a fronte delle enormi spese sostenute negli ultimi decenni per il collettamento ed il trattamento dei reflui (che in molte realtà italiane è superiore al 90%), non si sia registrato un netto miglioramento della qualità delle acque nei nostri corsi d’acqua.





Come è la posizione del CIRF rispetto ai pesci alloctoni e in particolare al famoso Siluro?

Le popolazioni ittiche oggi presenti nei nostri corsi d’acqua sono il frutto delle caratteristiche ambientali complessive del fiume ma anche dei massicci interventi di immissioni e prelievi realizzati dall’uomo, non solo di recente, ma già nei secoli passati. Dal confronto con gli ittiologi emerge un quadro molto preoccupante, con il continuo rinvenimento di nuove specie provenienti da altri contesti geozoografici, che trovandosi a competere con le specie originarie in ambienti spesso stressati e artificializzati, tendono a prevalere. La posizione del CIRF, pur nella consapevolezza che in molti casi è probabilmente già stato superato il punto di non ritorno, è quella di cercare di arginare il più possibile questo fenomeno favorendo le specie autoctone anche attraverso un miglioramento complessivo delle condizioni dei nostri corsi d’acqua. Il Siluro, come noto, merita un’attenzione ancora maggiore vista la sua “straordinarietà” in termini di impatto nei confronti delle altre specie, ma trovare soluzioni percorribili è spesso estremamente difficile, a parte quella, appunto, di cercare di riportare i fiumi a condizioni fisicamente più naturali, ricostruendo così habitat che favoriscano le specie autoctone. Su questo tema va ovviamente sottolineato quanto sia fondamentale il ruolo e la responsabilità dei pescatori.


Io e Damiano, ricordando che il CIRF ha anche una rivista, scaricabile gratuitamente, da http://www.blogger.com/www.cirf.org/italian/menu1/larivista/scaricalarivista.html.
Ringraziamo vivamente sperando che la riqualificazione fluviale prenda sempre più piede sia come idea ma soprattutto come pratica.


3.30.2010

Federico Ielli (di Walter Scandaluzzi)




Siamo col Dottor Federico Ielli, ittiologo e noto al pubblico piscatorio per i suoi svariati articoli scientifici e di spinning su una nota rivista di pesca e per un volume sulla trota marmorata. Nato negli anni “50 e quindi non un novellino di certo…

Aggiunge Ielli , non per narcisismo, ma secondo scienza e coscienza: Autore di un numero consistente di Pubblicazioni Scientifiche, soprattutto sui salmonidi



Il lavoro di un ittiologo in cosa consiste?

Beh, diciamo che comprende tante mansioni, più o meno specifiche. Si passa dalla consulenza privata ad Enti o Associazioni che lavorano nel settore della pesca e dell’acquacoltura (Piani di semina, disinfezioni nei laghetti di pesca sportiva, acquisto di materiali, contatto coi fornitori, ecc.,) a consulenze pubbliche nei confronti di Province e/o Regioni. In tal caso i lavori sono molto più onerosi e stimolanti, spaziando dai Piani Ittici alle Carte Ittiche (provinciali o regionali), comprendendo spesso anche perizie di danno ittico e analisi di V.I.A. per la realizzazione di centraline idroelettriche e manufatti.





I lavori di cui è più orgoglioso quali sono stati?

Senz’altro la mia prima Carta Ittica, quella della Regione Piemonte, pubblicata nel 1991. Io lavorai negli anni precedenti per la provincia di Alessandria e quello fu il mio primo incarico di rilevo. Un lavoro pesante ma di soddisfazione, anche perché erano tempi pioneristici e ci si arrangiava molto con l’iniziativa personale e con la buona volontà, vivendo un po’ da nomadi, alla giornata. Ne seguirono parecchie altre. Poi citerei la realizzazione e la conduzione, per diversi anni, dell’incubatoio di valle di Minozzo in provincia di Reggio Emilia, per la produzione di novellame di trota fario di ceppo mediterraneo da ripopolamento. Tale impianto, attivo dall’inverno 1997/1998, produce attualmente ca. 150.000 uova fecondate all’anno dalla fecondazione artificiale di riproduttori selezionati. Ah, dimenticavo le splendide esperienze con le Associazioni trentine per la tutela e la riproduzione controllata della trota marmorata.








E’ una professione che si sente di consigliare, anche sotto il punto di vista economico, ai giovani? (Caso strano ho una figlia che ha appena finito il terzo anno di scienze naturali )

Diciamo che come tutte le professioni necessita di un po’ di “gavetta”, di tanta passione e di spirito di sacrificio, ma anche di fortuna, nel senso che dipende molto da con chi si ha a che fare, quindi anche dalle conoscenze. Dopo la Laurea (che può essere in Scienze Biologiche, Naturali o in Veterinaria) le strade sono due: o si tenta la carriera universitaria (difficile, se non si hanno appoggi qualificati), oppure si sceglie la libera professione, iniziando però a farsi conoscere già in ambito universitario. Il che significa che qualsiasi attività inerente la materia ittiologica deve essere accettata, anche per pochi soldi agli inizi. Per fare un esempio, se venisse proposta da un Cattedratico una collaborazione, anche minima, per una Carta Ittica o un Piano Ittico o ancora per attività di campionamento sui corsi d’acqua, magari con successiva pubblicazione dei risultati, sarà sempre consigliabile accettare. Una volta fatte le ossa si potrà ambire a qualcosa di meglio, anche sotto l’aspetto economico. Chiaramente, oltre al Curriculum, conterà ancora una volta la fortuna. C’è da considerare che la concorrenza è oggi molto più forte che un tempo, anche perché molti colleghi sono riuniti in Società di Consulenza Ambientale ed Ittiologica in grado di inserirsi rapidamente nei vari Bandi Pubblici e/o Gare di Appalto.


Quali sono le condizioni migliori per la riproduzione di una marmorata? E per una fario selvatica? Di contro quali elementi possono fare si’ che la riproduzione vada a male?

Si tratta di specie differenti, anche se ancora in contatto genetico, per cui sono differenti le condizioni ecologiche e l’ambito temporale della riproduzione. La trota marmorata è il salmonide caratteristico del fondo valle dei corsi d’acqua alpini, con forti portate e ben definita granulometria dei fondali. La frega è anticipata rispetto a quella della trota fario, avvenendo di norma nel mese di novembre e potendosi estendere anche a buona parte di dicembre, quando le portate sono in magra. La riproduzione avviene a valle delle pools, ovvero nella parte terminale delle buche, dove l’acqua rallenta e si abbassa di livello, pur essendo ben ossigenata, su un letto di ciottoli e ghiaia, dove la trota scava un nido di grandi dimensioni. La riproduzione può essere vanificata da diversi fattori, quali una piena improvvisa in periodo invernale, evento piuttosto raro ma non impossibile, dovuta ad un repentino scioglimento delle nevi in quota per aumento delle temperature e forti piogge. Anche la momentanea apertura/chiusura di una diga, con forti sbalzi di livello a valle, o lo svaso di un bacino artificiale non controllato possono determinare la mortalità pressoché totale delle uova già deposte. La trota fario, per contro, è il salmonide tipico dei corsi d’acqua con caratteristiche torrentizie, sia dell’Appennino che dell’Arco Alpino. Le popolazioni naturali si riproducono in quota, verso le sorgenti, che tendono a raggiungere, se non vi sono impedimenti di sorta quali dighe, briglie ecc. La frega è più tardiva rispetto a quella della trota marmorata, essendo localizzata, per le popolazioni dell’Appennino Nord occidentale, nei mesi di dicembre e di gennaio. Quanto detto si riferisce alle popolazioni indigene di ceppo mediterraneo, mentre quelle introdotte, di ceppo atlantico, possono avere un range riproduttivo assai più esteso e fregare anche nel fondo valle. Questo è una delle cause di introgressione genetica con la trota marmorata nei punti di contatto. Per quanto riguarda le turbative, beh diciamo che le captazioni ad uso idroelettrico/potabile già alle sorgenti e l’asportazione di materiale litoide, indispensabile per la realizzazione dei nidi di frega, nonché la presenza/costruzione di nuovi sbarramenti, che deprimono la risalita, sono alla base dell’insuccesso riproduttivo.






Secondo un suo collega la lacustre deriva solo dalla marmorata mentre conoscenti che riproducono la lacustre del lago maggiore mi dicono che le giovani lacustri hanno livree da fario. Come è sta storia?

La maggior parte degli ittiologi è concorde nel ritenere che la trota “lacustre” non esista come buona specie, ma semplicemente come ecotipo di adattamento della trota marmorata o della trota fario all’ecosistema lacustre. E’ probabile che per alcuni grandi bacini del Nord, come il Lago Maggiore ed il Lago di Como, i cui immissari/emissari ospitano o ospitavano popolazioni di trota marmorata, le catture di grosse trote “lacustri” siano da attribuire a questa specie. In altri casi, come per il Lago di Garda, i cui immissari/emissari non ospitavano probabilmente in origine la trota marmorata, le catture di trote “lacustri” siano invece ascrivibili alla specie trota fario. Naturalmente occorrono studi aggiornati su queste popolazioni per giungere ad una sentenza definitiva, anche di carattere genetico. Tuttavia un grave problema aggiuntivo deriva dal fatto che le pratiche ittiogeniche hanno completamente stravolto le popolazioni originarie, cosicché nei laghi è finito di tutto, in particolare trote fario di ceppo atlantico e pseudo “lacustri” acquistate oltre confine, con conseguenti fenomeni d’ibridazione delle popolazioni indigene ed ulteriore confusione tassonomica.


Mettendo ad ipotesi che la riproduzione artificiale di una una iridea che raggiunga i 6-9 cm costi x quanto costa in % quella di una fario e di una marmorata della stessa taglia?

La trota iridea costa poco, così pure una trotella fario di ceppo atlantico. Una trotella fario di 4-6 cm di ceppo mediterraneo geneticamente “certificata” può costare attorno ai 20 centesimi di Euro, molto dipende dal quantitativo di vendita. Se si passa alla taglia superiore (6-9 cm) il prezzo può salire sino a 30-40 centesimi di Euro. Una trotella marmorata della stessa taglia anche 50 e passa centesimi di Euro. Anche in tal caso molto dipende dal quantitativo di vendita e dalla certificazione genetica. Sul mercato si trovano parecchi ibridi.


La domanda è stata fatta per far capire ai lettori perché si immettono molte meno trote mormorate e trote fario mediterranee certificate delle altre.



Non crede che il piano ittico e le semine di ogni singola provincia debba essere esclusivo affare di uno o di uno staff di ittiologi?


Si, decisamente, non ho alcun dubbio in merito. Non per nulla esiste la nostra Associazione (A.I.I.A.D.) che raggruppa i professionisti del settore e li raccomanda alle varie Amministrazioni Pubbliche per l’esecuzione degli interventi specifici. Purtroppo, e ne ho esperienza diretta, accade che la politica locale abbia ancora una rilevanza notevole nelle scelte di gestione, più o meno influenzate da lobbies che coinvolgono le stesse Associazioni di pescatori e i fornitori. Le gare d’appalto per le forniture ittiche vengono spesso vinte dagli stessi fornitori che, in alcuni casi, sono anche quelli che indirizzano e condizionano i Piani Ittici e di semina. Bisognerebbe fare un po’ di pulizia e di chiarezza in questo campo.


I gestori del sito sono dello stesso parere e aggiungono che molte volte le associazioni di pescatori guardano solo al carniere e non alla qualità dello stesso e non si capisce (o si capisce…..) perché nelle consulte vi siano figure come gli allevatori ittici o i gstori dei cosidetti laghetti a pagamento.


Sulla questione alloctoni e in special modo sul Siluro quale è la sua idea visto che molte amministrazioni lo sopprimono ed obbligano al non rilascio?


La mia Regione (Emilia-Romagna) è una tra quelle che ha legiferato in materia, vietando la reimissione delle specie alloctone. Tale provvedimento vale soprattutto nel caso del siluro:

Mediante Deliberazione della Giunta Regionale n. 1574 del 3/7/1996, stabilisce ben precise regolamentazioni per il contenimento della presenza del siluro. Tra queste, oltre al divieto di reimmissione, ne viene incentivato lo smaltimento (distruzione, commercializzazione), previo momentaneo stoccaggio (insieme a carassio e carassio dorato) in bacini di stabulazione appositamente realizzati dalle Province in collaborazione con le Associazioni piscatorie.

Dal punto di vista pratico il sistema non è di facile realizzazione, soprattutto per il singolo pescatore. Viceversa ritengo che interventi mirati nei confronti di questa specie ittiofaga, che di danno ne fa e molto, anche se non è l’unico responsabile, debbano essere intrapresi con metodiche alternative, che hanno già fornito risultanti incoraggianti. Tra queste, la cattura selettiva dei riproduttori in occasione di svasi (totali o parziali) dei corpi idrici per lavori di manutenzione a “botti sifone”, paratoie, sbarramenti, ecc., mediante reti. Interventi di questo tipo sono già stati effettuati nella mia provincia in alcuni canali di bonifica, con risultati incoraggianti. Gli esemplari catturati sono stati venduti oltralpe e con il ricavato si è acquistato materiale ittico di pregio per il ripopolamento delle acque. Negli anni successivi all’asportazione dei grossi riproduttori dai canali la presenza del siluro si è notevolmente ridimensionata e sono ricomparse alcune specie ittiche minori, tra le quali l’alborella ed il pesce gatto. Naturalmente è impensabile un’eradicazione totale della specie, anche perché tutti gli anni entrano nei canali nuovi esemplari con l’acqua derivata dal Po. Tuttavia interventi più ravvicinati nel tempo permetterebbero di tenere controllata la popolazione.





Quali alloctoni ritiene siano i più pericolosi per gli autoctoni e quali i meno pericolosi?

Mah, qui c’è da scatenare un vespaio. Tutti gli alloctoni sono potenzialmente pericolosi, in quanto tutti, più o meno, tendono ad occupare una nicchia lasciata vacante da una specie indigena meno resistente o, addirittura non più presente. E’ il caso di Barbus barbus nei confronti di Barbus plebejus nel Po o del lucioperca nei confronti del persico reale nello stesso areale. E’ chiaro che nel primo caso, quello del barbo europeo, sarebbe pericolosissimo che popolazioni di questa specie entrassero in contatto genetico con quelle residuali di barbo italico ancora presenti negli affluenti appenninici e alpini. Ma c’è di più: che dire di tutte quelle specie di ciprinidi come i vari abramidi, rutilo (gardon) e aspio che si stanno piano piano sostituendo agli indigeni tinca, triotto e cavedano? E poi ci sono i predatori, siluro in testa, che mangiano pesce e tanto, Ormai è assodata una cosa. I nostri ecosistemi fluviali non sono fatti per ospitare questa grande specie dell’Est, non lo sono mai stati. Una volta nel Po c’era lo storione, ora scomparso, a parte il piccolo cobice (Acipenser naccarii) che viene allevato. Ma lo storione, mi riferisco allo storione comune (Acipenser sturio) e al grande ladano (Huso huso), era si un grande pesce che però si nutriva soprattutto di crostacei e di molluschi e solo occasionalmente di pesci. Il siluro, invece, oltre a cibarsi quasi esclusivamente di pesce, a partire da certe taglie corporee, ha colonizzato ormai non solo il Grande Fiume ed il primo tratto degli affluenti, ma anche tanti ecosistemi minori, come bozzi, lanche, canali di bonifica, fontanili, laghi e laghetti: tutti ambienti elettivi per la riproduzione delle specie indigene di pianura, con effetti nefasti sulle giovani leve (tinca, luccio), già in difficoltà a causa del degrado dell’ambiente. Mi sembra che tale situazione sia innegabile, anche da parte dei sostenitori ad oltranza del siluro.




Il cavedano si ibrida?

Si, il cavedano (Leuciscus cephalus) si ibrida con altri ciprinidi. In particolare sono abbastanza frequenti le ibridazioni con altri Leuciscini come il vairone e la rovella, che danno luogo a soggetti intermedi, attribuiti da alcuni Autori a buona specie (cfr. Leuciscus lucumonis o cavedano dell’Ombrone). Ibridazioni potrebbero manifestarsi anche con specie aliene appartenenti allo stesso genere del cavedano (Leuciscus.).






Quali sono i limiti termici (inferiore e superiore) e di ossigenazione di pescegatto, bass e cavedano?

Tralascerei questa domanda, in quanto richiede la consultazione specifica di bibliografia specifica per non fornire dati approssimativi. Comunque:
Pesce gatto (Ictalurus melas): 0-35 °C; ottimale 4 ppm, mai inferiore a 2 ppm.


Sappiamo che il carassio si ibrida colla carpa ma quali sono altri pericolosi incroci con i nuovi arrivati?

Ho già risposto prima. Sono frequenti e probabili gli incroci tra Barbus barbus e Barbus plebejus, forse attualmente quelli maggiormente a rischio, poi tutti quelli che coinvolgono nuove specie introdotte che appartengono allo stesso genere di quelle indigene. Potrebbe essere il caso del naso o savetta dell’Isonzo (Chondrostoma nasus) nei confronti dell’autoctona savetta (Chondrostoma soetta) o del rutilo o gardon (Rutilus ruilus) nei confronti dell’autoctono pigo (Rutilus pigus) e del triotto (Rutilus erithrophtalmus).







Grazie molte da parte mia, di Damiano e di tutti i lettori per la sua gentilezza Dottor ielli. Se ci incontreremo una bevuta le è assicurata…Non basta, almeno anche un panino……..

Al Dottor Ielli proponiamo:

Pseudorarbore con qualche Alborella fritte ed Agoni sotto aceto (rigorosamente del Lago Maggiore visto che il DDT gli dà più gusto )
Risotto al persico reale
Linguine alla Bottarga di Luccio
Filetti di Gardon impannati
Tranci di siluro del Sesia alla griglia
Anguilla in umido

Altri interessanti scritti del Dottore li potrete trovare cliccando QUI


3.26.2010

ittiologo Cesare Puzzi sul progetto di contenimento delle specie alloctone nel Lago di Varese (di Damiano Merlini)

Eccoci con il Dr. Cesare Puzzi, veterinario ittiologo presso GRAIA s.r.l (www.graia.eu), una delle maggiori società italiane ad occuparsi di ecologia acquatica, acquacoltura, ingegneria ambientale e ittiologia.

Siamo qui per parlare del progetto di contenimento del Siluro nel Lago di Varese e di tutto il piano di recupero messo in piedi per queste acque.


Dr. Puzzi, prima di tutto la ringrazio per la sua disponibilità nel rispondere a queste mie domande e vorrei subito chiederle da dove nasce questo progetto e attraverso quali collaborazioni lo porterete avanti.

Grazie a Lei per la divulgazione che potrà dare al progetto, che come ogni altro progetto di questo genere può dare risultati a lungo termine soprattutto per le attività di sensibilizzazione e divulgazione. Il progetto nasce dall’evidenza dell’espansione di specie ittiche esotiche nelle nostre acque e dall’esigenza di tutelare la fauna autoctona e la biodiversità, con particolare attenzione alle aree protette. E’ una iniziativa della Provincia di Varese, Servizio Pesca, che è il capofila di progetto e che agisce in partenariato con il Parco Lombardo della Valle del Ticino. Prevede la collaborazione della Cooperativa Pescatori del Lago di Varese, dell’incubatoio ittico del Tinella, della FIPSAS di Pavia. Siamo poi coinvolti noi di GRAIA per la supervisione scientifica e la consulenza tecnica e la Fondazione Cariplo che cofinanzia il progetto.
L’area di intervento è data da ambienti compresi in Zone di Protezione Speciale (ZPS), Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Riserve Naturali, poiché l’obiettivo principale è la tutela della biodiversità. Si andrà ad operare sul Lago di Varese (ZPS), Lago di Comabbio (SIC), Palude Brabbia (Riserva Naturale), Fiume Ticino (ZPS e vari SIC).
Il dato di partenza, data la progressiva espansione del siluro, è anche la dimostrata pericolosità delle specie aliene, animali o vegetali, per gli ecosistemi. In ambito acquatico il siluro è particolarmente invasivo, come dimostrato dai lunghi studi effettuati sul Ticino dal Parco Lombardo nel corso di due progetti Life Natura: uno relativo alla conservazione della Trota marmorata e del Pigo, l’altro relativo allo Storione cobice. In entrambi i progetti il siluro del Ticino è stato ampiamente studiato, nei suoi vari aspetti di autoecologia e di rapporti interspecifici, ed è stato messo a punto un protocollo di contenimento.


Se le è possibile può spiegarci quali sono i passaggi di questo piano? Immagino che siate partiti dallo studio dell'impatto delle specie aliene sull'ecosistema, qual è il passo successivo?

Il progetto prevede la creazione di un network per il controllo del siluro nelle aree di progetto in favore della biodiversità. Quindi in primo luogo una condivisione delle conoscenze raccolte e una scelta di lavorare insieme per l’obiettivo comune di fronteggiare le specie aliene. Il loro impatto è ampiamente documentato da tantissimi studi e ricerche e dai maggiori Enti di gestione e di ricerca vengono suggerimenti e sollecitazioni a contrastare tali specie. Quindi, accertato che l’obiettivo generale va nella direzione giusta, sono state individuate azioni specifiche di contrasto, con la consapevolezza che non sarà possibile eradicare le specie aliene, ma che si potrà contrastare la diffusione di quelle più invasive e favorire le specie autoctone. Gli Enti potranno disporre di indicazioni e di protocolli gestionali di contrasto delle specie aliene che ottimizzino gli sforzi e massimizzino i risultati.


Sulla stampa si è dato molto risalto al Siluro, ma non è l'unica specie alloctona e invasiva prensente nelle acque del lago. Quali sono le altre? E quali i danni che portano alla bio-diversità tipica di questo ambiente?

Le altre specie ittiche aliene sono numerose, con diversi gradi di invasività e di pericolosità. Nel Lago di Varese e di Comabbio le più diffuse sono il carassio, il pesce gatto, il gardon, il lucioperca e il persico sole , considerando la carpa para-autoctona. Nel Ticino ci sono anche l’aspio, l’abramide, la pseudorasbora, il rodeo amaro, il cobite di stagno orientale. Ognuna di esse può causare un danno alla biodiversità locale, in vari modi: predazione diretta, competizione alimentare, competizione per i rifugi, ibridazione. Ad esempio il gardon, nell’ambito del progetto life su marmorata e pigo, è stato dimostrato che si incrocia con il pigo, ma anche con il triotto, dando luogo a prole fertile. Ciò comporta un rimescolamento fra tre specie anticamente separatesi, che può portare alla perdita di due patrimoni genetici, del pigo e del triotto.


Quali saranno le attività che fungeranno da contrasto diretto alla diffusione di queste specie? Avete previsto pesche selettive?

Sì, la pesca selettiva negli ambienti di progetto sarà effettuata intensamente. Saranno catturati i siluri (e gli altri esotici indesiderati, che le normative regionali lombarda e piemontese impongono di sopprimere) con reti a grande maglia nei laghi, con elettropesca sulle rive in periodo di frega, con elettropesca in fiume sui rifugi e sulle freghe. Laddove manchino informazioni ecologiche sul siluro o su altre specie, come nel Lago di Varese, le pescate produrranno molto materiale biologico sul quale studiare. Vogliamo sapere che cosa mangiano, quando si riproducono, dove depongono le uova, quante ne depongono, quanto crescono in lunghezza e in peso, che comportamenti assumono. Conoscere bene questi aspetti permetterà di combattere meglio i pesci indesiderati.


Una delle peculiarità di questo ambizioso progetto è quella di tentare la strada della reintroduzione di specie autoctone che fungano da naturali competitori e vadano ad occupare nicchie ecologiche ora occupate da pesci alloctoni. Quali saranno le specie di cui tenterete la reintroduzione?

Più che una reintroduzione si tratta di ripopolamento, poiché le nostre specie-bersaglio sono rarefatte o in declino, ma ancora ci sono. Si andranno a seminare molti lucci, una specie che soffre moltissimo la competizione del siluro. Consideri che la campagna di semina del luccio è in corso in questi giorni e che l’incubatoio del Tinella ne ha prodotti circa 300.000, e l’incubatoio del Parco Ticino, localizzato presso il Centro Parco della Fagiana a Magenta ne ha prodotti altri 200.000.
Le semine vengono fatte in modo molto capillare, distribuendo poche unità alla volta nei canneti per ottimizzarne la resa. Nel Lago di Varese viene inoltre seminata l’alborella e la trota lacustre. Nel Ticino vengono poi seminati giovani di trota marmorata, di pigo, di storione cobice.


Avete previsto anche attività formative e di informazione rivolte a quanti si interessano a questi temi? Penso in particolare ai pescatori dilettanti che vivono il lago da vicino.

Sì, sono previsti momenti di divulgazione e di sensibilizzazione. Sarà a breve pubblicato anche sul web il progetto con il suo avanzamento dei lavori. Il progetto ha durata triennale e periodicamente ci saranno aggiornamenti. I pescatori dilettanti che vivono il lago da vicino possono partecipare al progetto contattando la provincia, il parco o noi in qualsiasi momento.


L'argomento alloctonia è molto dibattuto anche tra i pescatori sportivi. C'è chi in loro vede una delle principali cause del declino di molti ambienti, altri invece sostengono che la loro diffusione è una conseguenza del calo drastico di altre specie, dovuto principalemente ad inquinamenti chimico-batteriologici e dalla sistematica distruzione e antropizzazione degli ecosistemi acquatici. Lei che è così vicino a questi temi e che ha a disposizione dati scientifici, quale idea si è fatto?

Personalmente sono convinto che il declino di molti ambienti abbia come prima causa la distruzione o l’alterazione dell’habitat acquatico: rettificazione delle sponde, argini, derivazioni idriche, inquinamenti, frammentazioni di ogni tipo, distruzione dei canneti lungo le sponde lacustri. Queste sono le cause vere del declino dei nostri pesci.
Ad esse se ne sommano altre: le specie esotiche, che in ambienti alterati hanno il sopravvento sulle specie autoctone grazie alla loro adattabilità e versatilità, i cormorani che in alcuni casi fanno un completo repulisti dei pesci o lasciano banchi massacrati dalle beccate.
Ma ricordiamoci che prima di tutto c’è l’habitat acquatico da recuperare.


Molti pescatori ritengono che le leggi che obbligano alla soppressione della fauna alloctona siano un errore e che siano solo un modo per impoverire ulrteriormente le nostre acque. Da studioso, pensa che questo obbligo possa essere effettivamente utile al controllo sulla proliferazione di questi animali?

No. L’obbligo alla soppressione non è particolarmente utile al controllo sulla proliferazione degli esotici (anche se la rimozione di grossi siluri da un piccolo lago a qualcosa serve). E’ però estremamente importante il messaggio che le norme trasmettono: “Questi pesci sono dannosi e vanno soppressi. Pensaci bene prima di portare in giro queste o altre specie esotiche, perché potresti portare un danno all’ecosistema, alla biodiversità e dunque a tutti noi!”


Ringraziandola ancora per la gentilezza e per il tempo dedicatoci vi invitiamo a visitare il sito di GRAIA S.R.L (http://www.graia.eu) per avere tutte le informazioni relative alle attività svolte da questa società.


Damiano Merlini

3.22.2010

Alberto Rossini presidente FIPSAS Novara



La provincia di Novara è situata in una zona ricca di acque dove primeggiano i Fiumi Ticino, Sesia, i Torrenti Agogna e Terdoppio oltre ad una miriade di canali grossi, medi, piccoli, roggie e fontanili. A parte torrenti le altre acque sono suddivise come gestione al CAGeP e alla FIPSAS anche se a partire dal 2010 vi è una proficua collaborazione con la finalità di unificare quasi tutto nel 2011. Senz’ altro la FIPSAS NO è fra le più attive e fra le migliori come gestione delle acque e intervistiamo il suo presidente Alberto Rossini.



Sbaglio signor Rossini a dire che restano fuori solo “riserve sociali” tipo i laghi di Obbiadino, il Gazzurlo e la lanca Croce?

Prima cosa intendo ringraziarla per il complimento fatto sulla gestione delle acque,
che ,come ben sa ,non dipende da me direttamente ,ma da un’accurata gestione fatta negli anni precedenti e dai collaboratori della sezione .
Si in parte è vero, restano fuori solo le gestioni particolari dei laghetti, ma non bisogna dimenticare che, anche se il rapporto con la provincia è ad oggi idilliaco, le acque pubbliche esistono ancora e sono fruibili da tutti senza alcun versamento aggiuntivo, tra cui due tra le acque più rappresentative della provincia l’Agogna e il Terdoppio e non da ultimo il lago d’Orta.


Questa collaborazione da quali esigenze parte?

Come ben sa l’ultima legge sulla pesca e il regolamento attuativo hanno fatto si che molti si disinnamorassero di una delle attività sportive più diffuse fino ad una decina di fa . L’esigenza parte dal fatto che se le due associazioni più importanti della provincia trovano linee di operatività comuni il risultato non si presenta moltiplicato, ma elevato al quadrato. Per farle un po’ di storia le dirò che tutto nasce al momento di costituire la Consulta pesca Provinciale. In quell’occasione mi sono trovato per la prima volta a quattrocchi con Pellò (presidente CAGEP) ed è subito stato un fiorire di idee su come trasformare e ridare vita alla pesca in provincia. Da qui nascono le idee per gli incubatoi, i tratti di tutela, la collaborazione nei recuperi e la stesura di un unico tesserino segna catture. E tante altre proposte le stiamo valutando.


Per capire meglio la grande quantità di acque che l’ unione potrà disporre consigliamo di visualizzare la mappa acque del CAGeP QUI e di vedere la foto sottostante per quanto riguarda la FIPSAS NOVARA.
Su quanti incubatoi, e di cosa, potrà contare la nuova gestione?

Ad oggi possiamo contare su due impianti di schiusa ed accrescimento degli avannotti. Uno FIPSAS, gestito in modo impeccabile dalla società Bassa Valsesia a Grignasco , ed uno APD a Veveri. Stiamo inoltre procedendo ad ultimare l’incubatoio di valle per la produzione della trota marmorata a Obbiadino. Destineremo poi le singole specie ittiche nei diversi incubatoi al fine di regolarizzare le immissioni con la certificazione degli stessi. Ad oggi posso dirle che riusciamo a produrre circa 300.000 avanotti di fario e circa 50.000 di trota marmorata, innumerevoli sforzi stiamo facendo anche per il luccio, ma non sono in grado ora di quantificare. Negli ultimi giorni abbiamo anche individuato un sito dove stabulare i riproduttori di marmorata , i progetti come vede sono tanti, mi auguro che con la collaborazione di tutti si riesca a portarli a termine .





La situazione di Lucci e cavedani come è nelle acque novaresi?

Non posso dire sia una situazione drastica, anzi tutt’altro. Si deve considerare che con l’insistente presenza dei cormorani nei tratti di fiume dove si trovavano originariamente queste specie, le stesse non si sono sviluppate in grande quantità nelle rogge e nei canali del basso novarese, dove l’avifauna ittiofaga ha meno possibilità di successo. Questo ha creato un progressivo spopolamento dei fiumi a favore di tratti meno frequentati e conosciuti.


Per le trote marmorate si può dire il Sesia ne ospita ancora in numero discreto mentre nel Ticino sono rare nonostante numerosi piani attuati dai 2 parchi del Ticino? Perché questo secondo Lei?

Bisogna tenere in considerazione che negli anni c’è stata una vera e propria rivoluzione naturale, dall’aumento delle temperature medie, all’arrivo dei cormorani, ma non bisogna dimenticare che è stata in primis la mano dell’uomo che ha influito notevolmente sui cambiamenti del Ticino. La costruzione di sbarramenti, l’inquinamento e tanti altri fattori, hanno fatto si che venisse letteralmente stravolta l’originaria identità del Fiume Azzurro . Tutti i progetti attuati fino ad ora sembrano vani, ma ritengo che sia solo un indagine conoscitiva a livello scientifico che potrà dirci se il Ticino potrà tornare, con molto impegno, la culla di una nuova vita.




Ha voglia di parlarci un po’ dei laghetti di Obbiadino?

Visitateli !!!!!
Trota , mosca, carp-fishing, carpodromo e stiamo pensando, rinaturalizzando alcune sponde , di proporre la pesca al bass.
Che altro , tutte le notizie sui regolamenti le trovate sul sito FIPSAS Novara .






Mi permette di andare sulla parte amministrativa?….Quanti sono i soci FIPSAS Novara e quanti in Italia? Se lo sa ovviamente.

Sono circa 3000, 22000 in Piemonte e, non vorrei sbagliare, 230000 in tutta Italia,
siamo in pratica la quarta federazione sportiva nazionale, dopo calcio ,basket e pallavolo.


In percentuale quanto và alla sede centrale di ogni tessera e come sono usati quei soldi?
Non ci sono segreti, i bilanci sono pubblici . Vanno alla federazione 12 euro, ritornano puntualmente ogni anno per gli affitti dei diritti ittici, come contributo agli impianti federali e non ci dimentichiamo che una parte della tessera è versata come assicurazione personale .Ci sono poi le gestioni delle nazionali e di tutti i campionati indetti dalla sede centrale.


Molti si chiedono cosa ci faccia il Rugby subacqueo o il nuoto pinnato nella FIPSAS…..

Siamo una grande famiglia di sportivi e a tutto titolo ci entrano tutti quanti gli sport che hanno a che fare con l’acqua. Lei è un pescatore sportivo, anche se non fa dell’agonismo, con molto criterio la federazione è divisa in settori che gestisco in modo differenziato ogni singola passione.


Quali sono i grossi problemi da affrontare nel novarese?

Direi che i problemi più grossi li abbiamo ricevuti dalla Regione. Il nuovo regolamento ha molto influito sulla perdita di appassionati, ed abbiamo discusso molto sul testo “Tutela degli ambienti acquatici …. Ecc.”, al fine di non dover mettere nuove briglie alla pesca in Piemonte. Per quanto riguarda in modo specifico la Provincia di Novara, penso che uno dei problemi più grossi sia l’inquinamento che è presente in modo ancora rilevante nelle nostre acque, altro è il problema del deflusso minimo vitale e delle scale di rimonta . Per il resto penso che con la passione che ci contraddistingue e con i nuovi orizzonti a cui ci stiamo affacciando si possa nei dovuti tempi rimettere quasi tutto a posto .
Mi permetta di ringraziare i collaboratori dell’assessorato caccia e pesca della Provincia che ci stanno dando un grande aiuto e un grazie va in modo particolare all’assessore, sempre disponibile e soprattutto sensibile alla nostre problematiche.




La ringraziamo per la sua disponibilità ed auguriamo PETRI HEIL a tutti i pescatori novaresi.





3.19.2010

Intervista a Gianluca Polgar



Come ogni pescatore sono fortemente attratto da tutto quello che si muove sotto la superficie dell'acqua(soprattutto se si può pescare :-) ) e naturalmente il modo migliore per portarsi il mondo sommerso dentro le mura di casa è quello di allestire un acquario... ma esistono anche pesci che passano la maggior parte del tempo fuori dall'acqua, arrampicati su un ramo o intenti a scavare profonde buche nel fango della loro vasca: sono i Periophthalmus, dei curiosi esseri che sicuramente a noi pesca-telespettatori amanti di Sampei, saranno più familiari se chiamati col nome di Matsugoro.

Ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell'acquariofilia proprio quando a casa mia è arrivata quasi per caso una di queste sorprendenti creature e se ad oggi il piccoletto gode di ottima forma e cresce rapidamente, lo devo soprattutto alla disponibilità di Gianluca Polgar, dottore di ricerca in Scienze Ecologiche presso l'Università "La Sapienza" di Roma, che attraverso un fitto scambio di mail mi ha guidato dalla A alla Z nella creazione di una vasca adatta ad ospitare il pesce nel miglior modo possibile e mi ha dato tutte le informazioni necessarie per consentrgli un'esistenza tranquilla.

Approfittando ancora una volta della sua disponibilità lo abbiamo intervistato e vi invitiamo a visitare il suo sito e a scoprire il suo lavoro http://www.mudskipper.it/ita/indexIT.html

Parto con la domanda più banale, ma che a dire il vero mi sono posto fin dai nostri primi scambi di e-mail: come nasce la passione per questa particolare famiglia di pesci?

Ho avuto la passione dell’acquario sin da quando avevo sei anni. Da piccolo i pesci tropicali mi affascinavano soprattutto per i loro colori: mi sembrava che attraverso il vetro potessi sfiorare quelle delicate sfumature di luce. Sono sempre cresciuto con la passione per il mondo naturale, e ho sempre avuto la casa piena di animali, con buona pace dei miei (soprattutto di mia nonna): insetti, crostacei, molluschi, anfibi, rettili, uccelli, cani... e naturalmente, pesci. Sono arrivato ad avere fino a 13 vasche fra acquari e terrari, prima di trasferire la mia piccola “serra” in cantina.

La passione per i “saltafango” (una mia libera traduzione di “mudskippers”, o gobidi oxudercini: Gobiidae, Oxudercinae) risale ai tempi dell’università. Quando ho iniziato ad interessarmi a questo gruppo, intorno al 1990-1995, se ne sapeva veramente molto poco. Così ho pensato di cercare di offrire un mio contributo. Quanto al motivo personale, c’è bisogno di spiegare come mai un naturalista fanatico dei pesci s’innamori follemente di un pescetto che esce fuori dall’acqua con una faccia da rana e l’espressione imbronciata di un cartone animato? Quando poi li ho visti per la prima volta sul campo, in Malaysia (1996), il loro fascino mi aveva oramai del tutto soggiogato: mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie che cammina fra granchi, cinghiali, lucertole, scimmie e pesci anfibi.

Più avanti con gli anni alla passione si è aggiunto l’interesse scientifico: alcuni gobidi oxudercini sono senza dubbio i pesci viventi con il grado di adattamento più estremo alla vita anfibia; e poiché il gruppo include anche specie con adattamenti intermedi e specie quasi del tutto acquatiche, i saltafango possono raccontarci la storia di quella meravigliosa avventura che è stata la loro transizione ecologica ed evolutiva dall’acqua verso terra. Dal momento che questo è anche uno dei temi più importanti dell’evoluzione biologica dei vertebrati, potrebbero anche insegnarci qualcosa sul nostro stesso trapassato remoto, 360-350 milioni di anni fa.





Guardando il tuo curriculum sul tuo sito leggo che hai fatto molte ricerche sul campo: Papua Nuova Guinea, Australia, Malaysia etc etc... insomma tutti posti dove i comuni mortali sognano di andare per spaparanzarsi al sole su una spiaggia, mentre tu stai con le gambe nel fango a cercare Perio... tra tutti questi viaggi ce n'è uno che ti ha dato maggiori soddisfazioni per il tuo lavoro o del quale hai un ricordo particolare?

Beh, come ho detto la Malaysia è stata il mio primo amore, quello che non si scorda mai. Sono tornato più volte in questo paese, anche perché è la regione geografica con la massima diversità del gruppo per numero di specie. Ma di recente l’esperienza in Papua Nuova Guinea è stata unica nel suo genere. Viaggiare in aerei twin-otters per missionari; perdermi nel delta del Fly River in una barchetta a motore con un solo barile di carburante, con un GPS e un portatile mezzo scarichi e una radio che funzionava una volta si e due no; battere sentieri battuti per generazioni solo da uomini a piedi scalzi; soffrire l’emicrania da disidratazione; accendere il fuoco con i legnetti; rischiare di essere ad ogni passo azzannato da coccodrilli, serpenti, bull-sharks e quant’altro (a parte gli immancabili sciami di zanzare e similari); e soprattutto prendere le prime foto dal vivo di alcune specie quasi ignote alla scienza, mi ha dato la sensazione di essere un esploratore dell’800.

Lo rifarei domani.



A quale progetto ti stai dedicando attualmente?

Mi sto ancora dedicando alla pubblicazione dei dati raccolti durante il mio dottorato di ricerca, che è durato 3 anni con borsa più uno senza borsa, e che ho finito l’anno scorso. Mi sono dottorato con quattro articoli scientifici, ma ne ho ancora parecchi nel cassetto, a parte diverse collaborazioni che ancora continuano, come quella con il museo di storia naturale di Londra, e con vari gruppi in Italia e all’estero. Al momento nel forno c’è la possibilità di andare a lavorare in Malaysia entro quest’anno.

Sono un ecologo evoluzionista, ed essendo anche naturalista la mia ricerca è per vocazione mirata alla descrizione di uno scenario sintetico. Il mio sogno è riuscire a studiare questo gruppo e la sua diversificazione nello spazio e nel tempo, per cercare di capire come mai questi pesci siano diventati quelli che sono, discendendo dai loro antenati acquatici. Mi sono occupato e mi sto occupando dei loro parassiti, della loro distribuzione spaziale a livello di habitat, della loro sistematica e filogenesi, della loro biogeografia e filogeografia, dei rapporti fra le loro forme e la loro ecologia, dei loro adattamenti alla vita semi-terrestre, del loro comportamento, delle relazioni che hanno con i loro predatori e le loro prede. Non uno: mille progetti!


Ma passiamo a qualche domanda sui tuoi pescetti... Per noi acquariofili i Perio sono pesci quasi sconosciuti, ma da quanto so ci sono specie che per molti aspetti lo sono anche per ittiologi, biologi, naturalisti e addetti ai lavori di ogni genere; quali sono i punti ancora "oscuri"?

Se lo studio scientifico della sola specie Homo sapiens offre ancora inimmaginabili prospettive e affascinanti misteri, quali ad esempio quelli sfiorati dai recenti sviluppi della genetica quantitativa o della neurobiologia, è solo perché la studiamo da più tempo di tutte le altre.

Quali sono i punti “oscuri” dei gobidi oxudercini? Si fa sicuramente prima a parlare dei pochissimi punti su cui si è fatta un pochino di luce!


Quante sono le specie censite attualmente nel mondo? E quali le zone in cui sono distribuite?

La sottofamiglia “Oxudercinae” include attualmente 10 generi e 40 specie. I “perio”, termine che si riferisce alle specie dei generi Periophthalmus e Periophthalmodon, includono rispettivamente 18 e 3 specie. La sottofamiglia ha un ampio areale geografico di distribuzione, che va dalle coste dell’Africa occidentale verso est fino alle isole Samoa e Tonga (e forse anche un po’ più in la), attraverso l’intera regione Indo-Pacifica. Gli oxudercini sono distribuiti perlopiù nella fascia tropicale e subtropicale, ma alcune specie si spingono in zone temperate, come in Giappone meridionale e in Australia orientale, dove in inverno vanno in una sorta di “ibernazione”.

Vivono prevalentemente in aree intertidali, che cioè vengono periodicamente sommerse dalle maree, anche se alcune specie si spingono persino nelle paludi d’acqua dolce. Nel Mediterraneo i loro antenati erano probabilmente presenti… diversi milioni di anni or sono. Con l’attuale tropicalizzazione del mare nostrum non è però escluso che ce li ritroviamo ad entrare da Gibilterra o da Suez! Per esempio, Periophthalmus barbarus si trova già in Marocco, mentre P. argentilineatus è presente nel Mar Rosso.

La maggior parte degli oxudercini è nota alla scienza solo per la loro posizione sistematica (la loro classificazione animale ed il grado di parentela con le altre specie, ancora oggetto di diversi studi scientifici), e per pochissimi resoconti descrittivi o aneddotici. Di alcune specie sono noti solo pochissimi esemplari di museo (per es. Pseudapocryptes borneensis, Scartelaos gigas, o Zappa confluentus)

Fra le specie con più spinti adattamenti alla vita anfibia (i “saltafango” s.s.), come quelle incluse nei generi Periophthalmus, Periophthalmodon, Boleophthalmus, Scartelaos e Pseudapocryptes, alcune sono state studiate abbastanza estesamente per certe problematiche (ancora scientificamente assai produttive) relative alla fisiologia della respirazione, escrezione ed osmoregolazione, per la loro anatomia comparata ed istologia, e in pochi casi anche per il comportamento. Lo studio dell’ecologia di questo gruppo è ancora agli albori, anche per le straordinarie difficoltà operative che offrono gli ambienti in cui si trovano (foreste intertidali a mangrovie e piane tidali fangose)

In effetti, una caratteristica tipica dei saltafango è la loro estrema popolarità (basti pensare al recente spot della birra Guinness, o i vari documentari tipo il recente “Genesis”), e al contempo la quasi totale ignoranza della loro biologia.



foto by R. Cui, Guandong, Cina, 2006


La prima volta che ho visto un perio ho pensato subito al mio libro di storia delle elementari col racconto del pesce che esce dall'acqua "ferma" per colonizzare la terra emersa divenuta in grado di offrire le necessarie condizioni alla vita. Ma qual è la ragione per cui questi pesci hanno sviluppato la capacità di passare tutto quel tempo fuori dall'acqua?

La classica domanda da un milione di dollari! Come ho accennato, è proprio questo l’oggetto del mio studio. Ci sono diverse ipotesi che si possono formulare per cercare di spiegare come mai una linea evolutiva di pesci trovi vantaggioso, in certe condizioni, spostarsi in acque sempre più basse di generazione in generazione, fino a sviluppare comportamenti anfibi. In realtà, dal momento che tutti i vertebrati terrestri (o tetrapodi) non sono che “pesci fuori dall’acqua”, questa è la domanda chiave per capire come mai non ce ne stiamo ancora tutti a mollo, tu ed io compresi.

Come dicevo, gli antenati di tutti i vertebrati terrestri viventi, i “prototetrapodi”, hanno affrontato le prime fasi di questa transizione evolutiva circa 360 milioni di anni fa, nel tardo Devoniano.L’ipotesi attualmente più condivisa è che due processi adattativi ed ecologici abbiano maggiormente contribuito a creare le condizioni adatte per favorire questa transizione: uno che ha “attirato i pesci verso terra”, e un altro che li ha “spinti fuori dall’acqua”. Il primo avrebbe offerto l’opportunità di accedere a nuove risorse (in quel periodo gli artropodi avevano già colonizzato le terre emerse ed alcuni costituivano eccellenti prede potenziali); il secondo quella di sfuggire all’elevato livello di competizione allora presente nell’ambiente acquatico: non per nulla il Devoniano viene chiamato “l’era dei pesci”.

Il modello della “pozza che si asciuga” di A.S. Romer, cui fai riferimento parlando dell’ “acqua ferma” dei tuoi ricordi scolastici, è ormai del tutto superato. Recenti studi indicano che le condizioni in cui la transizione devoniana ha avuto luogo furono sorprendentemente simili a quelle in cui oggi vivono i saltafango. Inoltre, questi ultimi sono soggetti a dinamiche ecologiche simili ai due processi adattativi ed ecologici di cui sopra.


Eccoci ad un punto che sicuramente interesserà particolarmente i lettori di questo sito...la pesca.
Il mitico Sampei li pescava con una tecnica che veniva detta "Matsukake" (o qualcosa di simile) che consisteva in una sorta di pesca a strappo. Esiste una pesca non professionale nelle zone in cui vivono?

Esistono diverse tecniche per catturare i saltafango: in effetti (come spiega bene Sampei, le cui preziose puntate in DVD ho trovato su E-Bay) non sono pesci proprio “facili da pescare”. Qualcuno un giorno disse che “bisognerebbe fare una ricerca di dottorato solo per capire come riuscire a prenderli”. La cosa non è affare di poco, e ha scoraggiato e ancora oggi scoraggia molti ricercatori che vorrebbero studiare questi animali.
Tuttavia, in tutte le culture che si ritrovano i saltafango sotto casa, i pescatori locali ne hanno in genere una buona conoscenza. In Papua Nuova Guinea per esempio ho trovato una corrispondenza quasi perfetta fra l’attuale classificazione scientifica e i nomi comuni in uso presso i villaggi che ho visitato. Ovviamente per catturare specie diverse vanno utilizzate tecniche diverse… non dimentichiamo che stiamo parlando di 40 specie incluse in 10 generi. E dunque, come tutti i pescatori sanno bene, “paese che vai…”

In Gambia, ad esempio, catturano Periophthalmus barbarus con delle trappole a caduta: delle sezioni di grossi bambù sotterrati nel fango e coperti con una foglia. Anche in Giappone (a parte il mitico mustukake così accuratamente descritto da Sampei) catturano Boleophthalmus pectinirostris (o “mutsugoro”) con un attrezzo molto simile, anche se credo che in questo caso sfruttino la tendenza di questa specie ad esplorare potenziali tane abbandonate, infilandosi in qualsiasi buco incontrino durante la bassa marea. In Nigeria catturano P. barbarus con una sorta di nassa di legno con un’esca all’interno.

In Viet Nam meridionale catturano Pseudapocryptes elongatus con una trappola di bambù che ha una piccola apertura su un lato. Dal momento che le tane hanno in genere due entrate, il pescatore ne tappa una con un piede, ed appoggia l'apertura della trappola sull'altra. Il pesce, spaventato dal piede, esce "dall'uscita di sicurezza" e va a finire nella trappola.

In Papua Nuova Guinea catturano i grossi B. caeruleomaculatus con le mani, infilandosi con tutto il braccio nelle profonde tane. In Malaysia catturano perioftalmi e boleoftalmi avvicinandoli lentamente e poi “frustandoli” con un bastone molto sottile, oppure con le reti da lancio, scagliate dalla barca sul bagnasciuga. Una volta in Malaysia ho visto uno “zingaro del mare” (Orang Laut) catturare un boleoftalmo schizzandolo continuamente con acqua e fango da una distanza di 2-3 m e pian piano avvicinandosi avanzando nel fango fino alla cintola, fino a catturarlo con uno scatto con l’altra mano: una sorta di magia. In Australia, in acqua dolce, una ricercatrice ha di recente catturato diverse decine di esemplari di P. weberi con l’electrofishing.

In diversi paesi alcune specie vengono attivamente commerciate per il consumo alimentare: in India (Tamil Nadu) Apocryptes bato e Boleophthalmus spp. sono un importante fonte di cibo durante i monsoni, mentre in Cina, Tailandia, Vietnam e Giappone Boleophthalmus e Pseudapocryptes spp. vengono allevati a scopo alimentare (posso testimoniare che Pseudapocryptes elongatus arrosto è veramente squisito). Nello Yemen (nonostante un divieto alimentare coranico), ma anche in Cina e in Papua Nuova Guinea alcune specie vengono consumate perché si ritiene che abbiano proprietà curative o afrodisiache.


© Ariake lawsuit, 2007



photo by Hiro Masa Matsumoto, 1999





Tu hai mai pescato i Perio? Se si sarebbe molto interessante che ci raccontassi come.

Per le mie ricerche ho dovuto catturare migliaia di saltafango e sono diventato abbastanza abile. Molti li ho dovuti sacrificare (ed alcuni sono ora in diversi musei), ma in diversi casi ho potuto rilasciarli dopo aver preso piccoli campioni o delle misure, in alcuni casi in anestesia. Sono anche uno dei pochi ricercatori che cammina nel fango semiliquido delle piane tidali: la tecnica che ho affinato mi permette di campionare facendo a meno di strumenti come le slitte da fango malesi (donka) o quelle specie di curiosi “monopattini da fango” che usano ad Hong Kong.

Ho ovviamente usato metodi di cattura diversi per specie diverse: per es. in Australia e Malaysia gli esemplari più grandi di boleoftalmi li ho catturati in tana usando la tecnica dei pescatori della Papua Nuova Guinea: infilandovi il braccio e andandoli a cercare a tentoni nelle varie camere. Certo c’è il rischio di imbattersi in un grosso granchio o in un serpente. Per gli esemplari più grandi delle specie carnivore ho usato anche la canna da pesca, ma sono riuscito ad avvicinarli abbastanza da usarla solo nelle vicinanze di abitazioni o pontili, dove i pesci sono abituati alla presenza umana. I piccoli perioftalmi sono più facili da catturare, sempre che si riesca a scorgerli al suolo nella penombra della foresta: bastano un retino a mano, molta concentrazione, pazienza e preferibilmente uno o due aiutanti, visto che possono fare diversi salti consecutivi di oltre un metro ciascuno. In Iran, per motivi a me ignoti, tutte e tre le specie endemiche persiane si riescono a catturare con le sole mani, perché quando si rifugiano in tana rimangono immediatamente dietro all’apertura principale, consentendo così di raccoglierle facilmente all’interno di una manciata di fango. Altre specie (per es. Oxuderces spp.) s’infossano nel fango semiliquido: l’unica possibilità in tal caso è osservare il punto in cui scompaiono e rimestare nel fango con le mani, anche se può essere pericoloso, per via dei velenosi pesci-pietra (Synanceia spp.). Altre specie, come P. chrysospilos, migrano con la marea e le ho catturate con una rete a barriera. Altre ancora le ho pescate durante l’alta marea con piccole reti a strascico (per es. Parapocryptes serperaster, ovviamente solo a scopo di ricerca), oppure ancora retinando alla cieca nell’acqua torbida delle pozze o dei canali tidali (Pseudapocryptes elongatus). Con la rete da lancio mi sono esercitato per ore, ma non ho mai preso nulla.


Esistono pericoli dovuti alla pesca intensiva o che derivano dal degrado ambientale per alcune specie di perioftalmi? Quali sono le zone dove questi pesci rischiano di più?

Riguardo alla pesca o ad altre forme di prelievo, tranne forse alcuni casi particolari, direi che pericolo non ce n’è. Nessuna delle specie è in lista rossa IUCN. D’altro canto non si sa molto della loro situazione a livello di conservazione biologica. Dal momento che il pericolo maggiore viene dalla distruzione del loro habitat, la pesca potrebbe in alcuni casi dare il colpo di grazia a situazioni già estreme.

In Malaysia peninsulare occidentale, per esempio, da oltre 50 anni è in corso una graduale bonifica delle paludi di acqua dolce e poi delle foreste a mangrovie, spostandosi gradualmente verso il mare. La pratica consiste nel costruire terrapieni e canali d’acqua dolce per chiudere l’accesso delle maree verso l’entroterra e quindi bonificare l’area per coltivare. Lungo tutta la costa credo che oggi non esista più un ettaro di ecosistema di transizione fra le foreste a mangrovie “alte” (le cosiddette backforests) e le paludi d’acqua dolce. La progressiva distruzione da terra di queste foreste causa l’estinzione locale delle comunità animali e vegetali che vivono ai livelli topografici più elevati, e che nel caso dei saltafango sono quelle scientificamente più interessanti, in quanto meglio adattate alla vita anfibia. Per esempio, proprio in Malaysia peninsulare, Periophthalmodon septemradiatus (una delle specie più frequentemente importate in Italia dal Viet Nam per il mercato acquaristico) è stato trovato solo nel 2003, nei canali di irrigazione di un piccolo villaggio. E’ probabile che prima delle bonifiche fosse una specie comune nelle backforests malesi, ora pressoché del tutto scomparse.

Ma la Malaysia non è certo l’unico esempio di degrado ambientale, e nemmeno il più estremo. In certe zone dell’Indonesia, in Tailandia, nelle Filippine, in Viet Nam e in Cina, il recente boom delle mazzancolle tropicali (il cosiddetto “tiger prawn” che arriva nei nostri ristoranti) ha causato una distruzione catastrofica dei mangrovieti, che vengono abbattuti per costruire gli allevamenti (o fattorie), estensivi ed intensivi. Il tasso annuo di perdita di copertura vegetale in alcune regioni supera l’8% (quello medio delle foreste equatoriali amazzoniche si aggira attorno al 2%).

In Nigeria, le multinazionali del petrolio come Shell e l’italiana Agip stanno devastando il delta del Niger con continui rilasci di greggio nell’ambiente, con conseguenze difficilmente immaginabili per le locali comunità umane e naturali.

Tuttavia, il pericolo maggiore non è l’inquinamento, ma la pura e semplice distruzione. Gli ecosistemi a mangrovie negli anni ’60 coprivano circa il 75% delle coste tropicali. In pochi anni abbiamo perso quasi un terzo della copertura vegetale globale. Da parte mia, sto cercando di “sponsorizzare” i saltafango come “specie bandiera” per propagandare la gestione sostenibile di questi ecosistemi, unici nel loro genere.




Dal punto di vista dell'acquariofilia sono senza dubbio animali interessantissimi. Immagino che tu avrai allevato molti esemplari di numerose specie diverse, consiglieresti l'allevamento ad un acquariofilo dilettante?

Per la verità ho allevato molte specie solo per ricerca, per periodi inferiori a qualche settimana (generi Periophthalmus, Periophthalmodon, Pseudapocryptes, Oxuderces, Boleophthalmus, Zappa): sono poche quelle che ho allevato più a lungo (Periophthalmus gracilis, P. variabilis e Periophthalmodon septemradiatus). I pesci che ho ospitato per più tempo sono stati tre esemplari di P. variabilis, che ho tenuto in acquario per sei anni. Oggi preferisco tenere gli animali in cattività solo per motivi di ricerca e non ho più vasche per motivi amatoriali.

No, non consiglierei l’allevamento ad un acquariofilo dilettante, per un semplice motivo: i perioftalmi e i perioftalmodonti, di gran lunga le specie più frequentemente importate, sono pesci estremamente resistenti, che quindi, come ad es. capita regolarmente con il classico pesce rosso (Carassius auratus), possono essere torturati per mesi prima di morire alla fine di una lenta agonia.

Consiglio l’allevamento di queste specie con molta moderazione (considerando anche la pressione antropica cui sono soggetti gli ambienti in cui vivono), e solo a chi veramente si appassioni alla loro biologia e sia disposto a rimboccarsi le maniche per documentarsi adeguatamente ed offrire loro il meglio. Riprodurre condizioni adeguate al loro allevamento non è cosa da tutti (come hai potuto constatare di persona) e occorre porre estrema attenzione alle loro peculiari esigenze.

In particolare, si tratta invariabilmente di specie spiccatamente territoriali, perciò vasche di dimensioni “normali” (minore di 300 l) possono contenere stabilmente più esemplari (s'intende "per anni") solo se appartengono a specie di dimensioni modeste (minore di 8 cm di lunghezza totale massima registrata)

Nelle tue numerose pubblicazioni sulla specie hai mai scritto qualche guida utile a chi volesse dedicarsi al loro allevamento?

Ho di recente scritto un articoletto su una rivista divulgativa, “The Coscientious Aquarist”:
http://www.wetwebmedia.com/ca/volume_7/volume_7_1/mudskippers.html

Potrebbe essere il primo di una piccola serie con alcune dritte per chi voglia provare ad allevare un perioftalmo. Ho in progetto un libro sulla sottofamiglia (Nova Science Publishers), che sebbene sia una review scientifica, credo includerà una sezione sull’allevamento in acquario, ma non so se uscirà prima della fine dell’anno. Per il resto c’è il mio sito web!


So che la riproduzione in cattività è molto difficile, se non impossibile, quindi c'è da pensare che tutti i perio in vendita nei negozi siano esemplari di cattura. Secondo te questo mette a rischio alcune specie? Ad esempio i P. barbarus e i P. novemradiatus, che sono poi le specie che si possono trovare con più frequenza nei negozi del settore.

Sono a conoscenza di una deposizione e schiusa di P. modestus in un acquario pubblico in Giappone, nel 2004 (i pesci erano stati catturati da una piana fangosa li vicino); tuttavia, che io sappia non ne esiste documentazione scientifica. La vasca era grande come un piccolo bagno domestico (da una foto ho visto che per farne la manutenzione entravano due persone con una scala a soffietto), aveva uno strato di fango di almeno mezzo metro, e permetteva la riproduzione delle maree. Alcuni articoli scientifici degli anni ’60, sempre di un giapponese, e ahimè in lingua giapponese, credo parlino della riproduzione in laboratorio di alcune specie, come Apocryptodon punctatus. Questo è quanto per quanto riguarda la riproduzione in acquario.

Un'altro mio progetto, purtroppo attualmente in stallo a causa della mancanza di fondi, consiste proprio nella riproduzione di una specie in laboratorio. In generale non sembra un’impresa da poco, anche se ho un paio di idee in mente. Sono anche in contatto con un amico che ci sta provando in Germania da alcuni anni.

Tutti gli esemplari in vendita sono di cattura. E’ chiaro che l’impatto sulle popolazioni di origine dipende da caso in caso. Per esempio, c’è stato di recente un piccolo boom di importazioni di P. novemradiatus dall’India sul mercato americano (la specie cui fai riferimento tu probabilmente non è il vero P. novemradiatus, ma P. variabilis, importato in Italia da Singapore o dalla Tailandia). Da dove vengono questi pesci? Spesso un aumento delle importazioni di questo tipo è legato allo sfruttamento di una certa area (per es., la costruzione di una fattoria di gamberi), ed è perciò possibile che alla lunga contribuisca a depauperare la locale popolazione di pesci.
Rifornirsi da distributori che importano queste specie solo occasionalmente o solo su richiesta potrebbe essere un modo per evitare di alimentare lo sfruttamento continuativo ed intenso di una particolare popolazione. Per fortuna il mercato acquaristico non fa ancora grande richiesta di queste specie, che rimangono in gran parte pesci ornamentali “di nicchia”, ma spero che qualcuno scopra presto come riprodurli in cattività, nella direzione di un’aquariofilia più consapevole ed eco-sostenibile.

In ogni caso, a chiunque capiti in una foresta a mangrovie o in una piana di fango tropicale nella regione indo-pacifica o in Africa occidentale, anche solo come turista di passaggio in un parco naturale o presso un pontile, consiglio di dotarsi di un binocolo, puntarlo sul suolo durante la bassa marea, e di darsi ad un entusiasmante mud-watching.


Bene Gianluca, penso che anche per questa volta ti ho stressato abbastanza con le mie domande.

Ringraziandoti ancora per la collaborazione e per le belle foto che mi hai permesso di "rubare" dal tuo sito, invito nuovamente i lettori a visitare il tuo spazio web e a scoprire i tesori che il fango nasconde.

MUD SKIPPER



foto di Yuko Ikebe

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